IMG_3624Ad oculum, dicevano i latini, ovvero ad occhio, con approssimazione, all’incirca; per indicare un qualcosa fatto senza estrema precisione; ovvero dare una valutazione o una misurazione effettuando metodi approssimativi, empirici, seppure garantendo una certa precisione.
Un modo di dire molto comune usato in tutta Italia o quasi, di cui adesso pochissimi sanno l’origine che, ovviamente è molto antica e, guarda caso, anch’essa appartenente al nostro tipico modo di parlare.
Per conoscerne i natali si deve tornare nella Firenze del tardo Medioevo, quasi agli albori dell’età d’oro del Rinascimento. La Firenze delle Arti, la Firenze laboriosa, artigiana, mercantile; la Firenze al centro dell’allora mondo occidentale. La Firenze dei tessitori.
Qui troviamo finalmente l’origine del detto e la prova che questo sia nato nella nostra città.
La nostra espressione deriva dall’antica arte dei tessitore, di cui Firenze era l’indiscussa patria dei migliori in assoluto.
Dobbiamo sapere che nella lavorazione degli orditi, quando malauguratamente si perdevano dei fili, questi maestri artigiani dovevano immediatamente riprenderli usando il loro esperto occhio, reinserendoli a croce con quelli della trama in tessitura. Ovvero capitava quello sfilamento che il tessitore doveva riprendere individuando bene la mancanza del filo nella trama (da qui “ad occhio”), sfuggito alla tessitura, per poi successivamente disposti su due verghe trasversalmente (ossia “a croce”).
Di questa operazione ( da cui nasce il nostro modo di dire), vi è testimonianza scritta ne “L’arte della seta in Firenze: trattato del secolo XV con dialoghi raccolti da Girolamo Gargiolli“, successivamente pubblicato dalla Casa Editrice “Barbera”. Nella seconda parte di questo antico trattato, si trova infatti un dialogo (che serve da commento) in cui si descrive le varie operazioni che i bravi artigiani eseguivano nel corso del loro lavoro di tessitura.
Nel nostro caso a parlare è una tessitura, certa Adelaide Picchiami, incalzata dalle domande di due giovani che le chiedono come si deve operare nel montare la tela. Tra le raccomandazioni di questa esperta lavoratrice, vi è quella di fare attenzione a che “non pigli vento, perché le portate si accordellinerebbero, e allora le verghe le anderebbero male….”. e più avanti “ bisogna badare che le verghe non si sfilino, perché si scrocerebbe la tela. E se si perda la croce, nè si possa riprenderla dai licci per essersi strappata la tela dietro le verghe, allora si ripigliano i fili a occhio e croce, e si rimettono in tirare ripigliando ogni portata, filo per filo, e si rinverga di nuovo la croce, che fu svergata. E facciamo questo a occhio e croce, perché que’ fili si riprendono a occhio, e non per regola come si farebbe nell’ordire la tela“.
Questa testimonianza è perciò una prova dell’origine di tale modo. Se non certa almeno a “occhio e croce”.

(Visited 255 time, 10 visit today)
Share

Dicci la tua

Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.