Attraversare cinque decadi di musica, lasciando in ognuna un segno profondo ed indelebile, è privilegio di pochi. Il 2016 appena iniziato saluta uno dei giganti che sono riusciti a farlo.

L’otto gennaio, giorno del suo sessantanovesimo compleanno, è uscito il suo ultimo (purtroppo nel senso di last, non di least) disco: Blackstar. Due giorni dopo David Bowie se ne è andato.

Non è questa la sede, né d’altro canto ci sarebbe lo spazio, per commentare la carriera o anche solo il suo ultimo lavoro, memorabile peraltro. In questa pagina vogliamo ricordare che nella vita di Bowie Firenze ha avuto un ruolo importante. Il 6 giugno del 1992, infatti, Bowie la scelse come città in cui celebrare il suo matrimonio (la cerimonia religiosa; quella civile era stata qualche settimana prima a Losanna). Il matrimonio in sé aveva una connotazione fiabesca: lui musicista, attore, e personaggio di fama planetaria; lei, Iman, principessa somala, bella e regale come doveva essere la moglie del “duca bianco”. Una cerimonia tenuta in gran segreto, intima, con parenti e amici (Brian Eno, Bono, Yoko Ono e pochi altri), senza il clamore del gossip, con la stampa abilmente sviata in direzione di una fantomatica e iper-pubblicizzata cerimonia ai Caraibi, evidentemente mai avvenuta. In un pomeriggio primaverile, nella chiesa americana di San Giacomo, in zona Porta al Prato, Bowie e Iman hanno sancito il loro legame particolare con l’Italia, dove era nata la loro storia d’amore, e con Firenze, che a detta di Bowie, sintetizzava al meglio i valori artistici e umani che caratterizzavano, a suo modo di vedere, il Bel Paese.

Firenze ha portato fortuna alla coppia, che ha vissuto insieme per i successivi 24 anni fino alla fine, fino all’ultimo tratto di cammino in comune, fino all’ultimo tentativo di resistere alla malattia.

“Possiamo essere eroi solo per un giorno” cantava David in una delle sue canzoni più famose; lui, per molteplici versi, lo è stato per mezzo secolo.

blackstar
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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.