Ci sono delle frasi che da bambino colpiscono l’immaginazione e ti rimangono impresse più che mai: “arrivano i nostri” è una di queste. Nei film di “cappelloni”, i western come li definivamo noi all’epoca, i buoni erano sempre i bianchi mentre gli indiani erano crudeli e malvagi, per cui era bene che morissero.

Fortunatamente nel corso degli anni questa ridicola visione dei fatti si è dissolta ed è apparsa una verità ben più drammatica: il genocidio dei nativi americani. Qui i numeri si sprecano perché non è facile districarsi fra gli stermini delle battaglie, le morti per malattie infettive importate, o le mancate nascite per sterilizzazione delle donne. Si parla comunque di milioni di persone.

Una di queste è Alce Nero, anche se la traduzione non è corretta in quanto dovremmo dire più propriamente Cervo Nero. Comunque si parla di una vecchio capo indiano degli Oglala, una sotto famiglia dei Dakota, un uomo di medicina, un saggio, che intorno agli anni trenta del secolo scorso raccontò la sua storia a John Neihardt. Quindi un’intervista ma dai toni particolari: una specie di veglia, al fuoco, dove si rievocano i fatti storici più importanti dello scontro fra bianchi e nativi.

Il libro rievoca la sua giovinezza, le prime esperienze di guerra, la visione magica di cui fu protagonista fino alle battaglie di Woundeed Knee e Little Big Horn.

Il racconto, una vera e propria elegia, si confonde spesso con la favola assumendo toni magici e surreali ma spicca sempre in ogni discorso un rapporto armonioso con la natura che, non va assolutamente scordato, era la casa, il mondo degli indiani. Questo perfetto equilibrio è stato tragicamente e colpevolmente spazzato via dai colonizzatori, spesso militari, spesso cercatori d’oro, a volte cacciatori di taglie, ma sempre Wasichu, uomini bianchi, per i pellerossa. Un olocausto in nome di una prepotenza che non è ancora sopita.

Alce Nero parla con serenità mista a malinconia e tristezza ma mai con rancore. Parole sagge di un vecchio i cui occhi hanno visto la distruzione del suo popolo e delle sue tradizioni.

Si legge bene anche se sono tralasciate parti molto importanti nella contestualizzazione e nella descrizione del protagonista.

Edizione commentata

John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi Edizioni, Milano, 1999

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Filippo Papini

Nato a Firenze (qualche tempo fa) dove vive e lavora. Laureato in Lettere, ha pubblicato i testi teatrali Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, La danzatrice dal ventaglio nero, È quasi ora, Le perdute parole; un poliziesco Giallo mare; una raccolta di poesie Osè e una serie di articoli per riviste di nautica. Nel 2011 ha contribuito alla nascita dell’associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it

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