Per uno strano scherzo del destino, negli ultimi tempi si è parlato molto di Pino Daniele. Forse perché aveva appena concluso il suo tour “Nero a Metà”, in cui riproponeva le canzoni di quel rivoluzionario album del 1980 che era magicamente riuscito a fondere blues, rock, soul e tradizione napoletana. Ma anche inglese e dialetto partenopeo. Un capolavoro al quale molti avrebbero attinto. L’ultimo dell’anno il cantautore napoletano aveva preso parte allo show di Rai Uno, durante il quale aveva cantato “Quando”, la struggente canzone regalata a Troisi per il suo film “Credevo fosse amore…”. Ora (ahimè) si può dire: accomunati dallo stesso destino, Pino e Massimo. Pino Daniele se ne è andato come Troisi, traditi ambedue dal grande cuore, dalla passione. Per il cinema e il teatro l’uno, per la musica l’altro.
Era un instancabile Pino Daniele. Da quando nel 1977, poco più che ventenne, aveva pubblicato “Terra mia” con “Napule è”, una canzone dolorosa e amara dedicata alla propria città. Da lì, da quel disco, era partita una corsa lunghissima, con al centro sempre la musica e la chitarra, quello strumento di cui lui era maestro ma verso la quale nutriva un rispetto infinito. Tanto che continuava a studiarla come se fosse stato sempre il primo giorno. Di lui le nuove generazioni conoscono forse l’aspetto più facile, più commerciale. Gli ultimi dischi avevano un po’ deluso tutti coloro che cercavano la magia degli inizi. La sua voce inconfondibile si era prestata a melodie accattivanti, forse un po’ troppo morbide. A duetti con le più famose star nazionali e internazionali. E allora era arrivato il tour di “Nero a metà”, con la riproposizione delle canzoni di allora, quasi a rivendicare un passato incancellabile e mai tradito. Adesso quei concerti hanno il sapore amarissimo dell’epitaffio, dell’ultimo saluto. Un ritorno a casa come quel “Back home”: l’ultima foto in bianco e nero caricata sulla sua pagina FB.
Cala il sipario sull’uomo ma il cantante resta vivo. Nella voce e nella musica. Incancellabili.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.

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