L’ultimo suo concerto a Firenze risale al 2011, quando era in tour con Mark Knopfler. A distanza di sette anni parecchie cose sono cambiate. Ha ricevuto la più alta onorificenza americana (la Medal o Freedom), ha pubblicato quattro album (di cui tre negli ultimi tre anni), ha ricevuto il premio Nobel e, inevitabilmente, è un po’ invecchiato.

Con queste premesse, lo scorso sabato 7 aprile Bob Dylan si è presentato al Mandela Forum per l’ennesimo concerto del suo Never Ending Tour, che dura ormai da oltre trent’anni. Come da tradizione l’attesa del concerto viene vissuta nel leggero brusio delle chiacchiere degli spettatori, senza nessuna musica di sottofondo. Dylan non ama farsi introdurre dalla musica di altri, né creare quel “crescendo artificiale” di attesa con musica di volume crescente a ridosso dell’inizio dello spettacolo. La sicurezza è stata assai impegnata a bloccare in maniera inflessibile le foto e i selfie, anche al solo palco vuoto. Allo scoccare delle 21, cogliendo di sorpresa gli ultimi spettatori che hanno continuato ad arrivare per oltre un quarto d’ora dopo l’inizio del concerto, salgono sul palco un po’ alla rinfusa i musicisti insieme a Dylan. Si spengono le luci in sala e si accendono sul palco. Poche luci, molto calde e suggestive, quasi sempre fisse, con rarissime variazioni nel corso dei brani. Ancora una volta a voler sottolineare le distanze dagli “altri” concerti.

Lo spirito con cui i suoi fans partecipano ai suoi spettacoli è sempre lo stesso, perché ad un concerto di Bob Dylan ci si va con una sola certezza: non si sa cosa si ascolterà. Da decenni, infatti, Dylan si rifiuta di interpretare il suo personaggio, non accetta di eseguire le sue immortali opere nel modo in cui sono state concepite e registrate. In ogni occasione i brani che sceglie di eseguire vengono reinterpretati, rivoltati, stravolti fino a diventare qualcosa di completamente diverso; o perché segue un ideale di evoluzione che è chiaro solo a lui o forse, più semplicemente, perché non vuole che il pubblico li canti.

Chi va ad un concerto di Dylan accetta che i suoi brani preferiti siano spesso riconoscibili solo dal testo e/o dal ritornello. Anche nella scaletta di questo appuntamento fiorentino i classici intramontabili sono stati stravolti, in alcuni casi diventando qualcosa di diverso, ma ugualmente affascinante (Love Sick, Blowin’ In The Wind), in altri casi diventando qualcosa di diverso e basta (Highway 61 Revisited e Tangled Up In Blue). La scelta della scaletta ha ignorato il periodo più buio a cavallo degli anni ottanta e novanta, privilegiando i lavori più recenti, senza disdegnare puntate nel suo più glorioso passato.

Per la maggior parte del concerto Dylan, con il suo consueto atteggiamento nei confronti del pubblico, distaccato ma non scontroso, ha cantato suonando il pianoforte (in alcuni brani in piedi, in altri seduto), ad anni luce di distanza dall’immagine del Dylan con chitarra dei primi periodi. Non ha disdegnato alcune puntatine in centro al palco per cantare alcuni classici non suoi (con risultati assai coinvolgenti nel caso ad esempio di Melancholy Mood e Autumn Leavs), trascinando il microfono come un attempato crooner in stile Sinatra, tanto per dimostrare che anche alla soglia dei 77 anni si può aver voglia di giocare un po’.

La sensazione a fine serata è che un concerto di Dylan sia comunque sempre un evento, in cui la musica è il mezzo che il personaggio utilizza per la sua continua e inarrestabile evoluzione verso qualcosa che, forse, non riuscirà mai a raggiungere.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.