Molti di noi vorrebbero avere un VAR in casa.
«Chi ha lasciato il televisore acceso?».
«Chi ha lasciato l’acqua aperta?».
«La luce è accesa!! Che c’hai il babbo all’ENEL?».
Con il Video Assistant Referre tutto diventerebbe più semplice. Si rivedrebbero le azioni e il colpevole, immediatamente scoperto, subirebbe la giusta e meritata punizione.
Peccato che per adesso l’uso del VAR sia limitato agli stadi di calcio e al campionato di serie A, come ultima speranza per aiutare gli arbitri a sbagliare il meno possibile. Anche se, alla fine, rischia di essere solo un altro oggetto per soffiare sul fuoco delle discussioni, aumentando così le vendite dei giornali e lo share televisivo. Perché se prima c’era un solo colpevole (l’arbitro), adesso se ne potranno individuare altri: la macchina prima di tutto, e poi gli addetti a riguardare le azioni. Il tifoso (pur affermando il contrario) è infatti l’essere pensante meno obbiettivo che esista. Il rigore per la propria squadra è sempre solare, evidente, netto. Quello dato agli avversari è inevitabilmente inesistente, ridicolo, assurdo.
Esempio lampante, quello che è accaduto domenica scorsa. La partita Inter-Fiorentina è stata caratterizzata da due rigori: uno dato all’Inter, che secondo i tifosi viola era appunto “inesistente, ridicolo e assurdo”; uno negato alla Fiorentina nonostante fosse “solare, evidente, netto”. E i pensieri dei tifosi sono andati subito non solo all’arbitro ma anche al VAR, che è diventato “mafioso, cornuto, in malafede, amico dei potenti, incompetente”. Pensare che una macchina possa avere tutte queste qualità insieme è quantomeno improbabile. Sempre macchina è. E poi il risultato di Milano lascia ben poco spazio alle recriminazioni. Dire che «se ci davano il rigore cambiava tutto» appare piuttosto azzardato. Insomma, l’avvento della tecnologia nelle partite di calcio − tanto auspicato fin dai tempi di Biscardi (uno dei grandi fautori della moviola in campo) e del “Processo del Lunedì” − potrebbe solo aumentare il caos.
In attesa di sapere che cosa accadrà in futuro, resta sempre l’amletico dubbio: ma il babbo dove lavora?

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.

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