È notte, per me lo è, sono le dieci.
Il traffico tra Piazza Puccini e Porta a Prato s‘intasa e stasa senza spiegazioni. Sono in ritardo e sono eccitato. Il concerto di Neil Halstead al Tender è alle dieci. Parcheggio sghembo in una strada secondaria, corro lungo via Alamanni. Arrivo sudato e trafelato. Entro nel locale ed è deserto.
“Ma non era alle dieci?” chiedo a una tipa dietro il bancone. “Dieci e trenta” fa lei. “Ah, ok” dico io, ma lei aggiunge “Comunque prima delle undici e mezzo non inizierà”.
Cristo quanto sono vecchio, penso, mi metto in un angolo con una birra che non mi piace e trovo il tempo per odiarmi. Se fossi in un film indie dove le canzoni di Neil Halstead di solito fanno da colonna sonora adesso arriverebbe una tipa con l’aria da folk singer irlandese con esattamente i miei stessi gusti musicali e con cui inizierei una serie di conversazioni acute e ironiche, ma vengo avvicinato solo da un tipo che mi chiede se conosco la canzone che stanno passando. “Sono i Thrills” dico io, “Chi?” mi chiede lui. “I Blur” rispondo, “Ah” e se ne va via felice con un cenno d’intesa. Mi sento uno Shazam umano solo più antipatico e con la puzza sotto al naso.
Mi leggo veloce sul telefono un po’ di storia di alcuni dei miei gruppi preferiti con i quali Neil Halstead ha creato piccoli capolavori. Dalla lenta timidezza degli Slowdive di cui anche Brian Eno era innamorato, spazzata via dall’arroganza brit-pop degli Oasis all’inizio degli anni ’90, al folk elettrico dei Mojave 3 e il loro album capolavoro con titolo capolavoro: Excuses for travellers. Neil Halstead e la sua compare Rachel Goswell hanno attraversato venti anni di musica in punta di piedi ignorando e anticipando tendenze, e hanno stregato decine di registi che hanno pescato dai loro album per riempire i propri film di inquieta e timida dolcezza. 

Alle undici e mezzo il Tender continua a non essere pieno. 

Neil Halstead arriva, chitarra, maglia verde pisello e giacca marrone. Biascica due parole poi attacca due pezzi da Palindrome Hunches, il suo ultimo album tutto suonato con una chitarra accordata in RE all’Irlandese, mancano i violini, le armoniche, il piano, tutti gli arrangiamenti, ma la sua voce e la sua chitarra se la cavano. Si guarda sempre i piedi che tengono il tempo tra i cavi degli amplificatori e una lattina di Moretti. Arrivano i pezzi di Sleeping on Roads e Oh! Mighty Engine, poi dal pubblico qualcuno chiede Tryning to reach you. Neil sistema l’accordatura della chitarra e accontenta subito. Poi prende l’armonica e pesca ancora dal suo passato regalando una versione acustica della tirata In Love with a view. Forse il momento più bello del concerto. Bastano due strumenti a Neil Halstead per far capire al pubblico che la sua timidezza probabilmente si sente più a suo agio a comporre musica che a suonarla su un palco.
Il resto vola veloce, fino a quando Neil Halstead se ne va via senza salutare dopo appena 50 minuti di concerto.
Nemmeno il tempo per un bis, dalle casse parte la musica e il Tender si trasforma in quello che realmente è, un locale per bere e ballare dove ogni tanto qualche genio della musica Indie capita a fare un concerto.

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Video di Enrico Baroncelli

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.