Letto su un noto quotidiano fiorentino del 10 settembre: «Stadio alla Mercafir. Il sindaco Dario Nardella annuncia la prima pietra fra poco più di due anni. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020». Sappiamo bene che la politica è fatta anche di annunci raramente seguiti dai fatti. E che i tagli di nastro sono una delle cose preferite dai nostri amministratori, come anche il varo delle navi («Capovaro, posso andare?» – «Vadi contessa, vadi!») o le passeggiate con caschetto protettivo e tuta d’ordinanza nelle gallerie autostradali o nei cantieri.
Ci siamo già occupati della prima pietra del nuovo stadio di Firenze. Una vicenda ormai vecchia, cominciata una decina di anni fa, ma che finora non ha trovato soluzione concreta. Lo stadio sembra sempre lì, a un tiro di schioppo. Ci siamo… E invece no. Se le parole e i plastici fossero realtà, la Fiorentina da anni non giocherebbe più al Franchi. Le parole però le porta via il vento e i plastici ingrigiscono sotto la polvere, e siamo di nuovo al solito punto. La prima idea del nuovo stadio è datata addirittura 2008. Da allora non è stato fatto assolutamente nulla (di concreto) e l’impressione è che, per parecchio tempo ancora, nulla sarà fatto. A parte gli annunci. E lo spostamento di tutto sempre un po’ più in là. Adesso la prima partita, secondo le più ottimistiche previsioni, è stata posticipata al 2025. Le ultime previsioni di qualche mese fa la davano al 2021. Se il trend è questo e se davvero i destini della Fiorentina dovessero dipendere dalla costruzione del nuovo stadio, una domanda sorge spontanea: «Dove sarà la squadra viola in quel momento? E dove saranno i Della Valle?». Qualcuno ci accuserà di pessimismo cosmico. Ma noi a tirare avanti con l’ottimismo di maniera (quello dei politici, per intendersi) non ce la facciamo proprio. Il 95% di fattibilità del nuovo stadio − percentuale dichiarata dal sindaco di Firenze il 18 settembre 2017 − non vuole dir nulla. Rimane sempre un 5% in bilico. Che adesso, dopo tutti questi anni, appare il vero valore da prendere in considerazione. Fino a prova contraria.
Anche perché, alla fine, il vero problema potrebbe non essere la prima pietra.
Ma la seconda.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.