Ci risiamo; ogni anno l’approssimarsi della stagione estiva mi crea un vero e proprio trauma.

Alla base degli scompensi di cui sono vittima in coincidenza dell’arrivo dell’estate non ci sono banali motivazioni climatiche, che peraltro sarebbero anche giustificabili. Quello che annualmente mi sconvolge è il passaggio all’orario estivo di apertura dei negozi.

Firenze è una località che gode di una certa notorietà sotto il profilo turistico. In estate, ancor più che nel resto dell’anno, orde di turisti provenienti da ogni parte della galassia si riversano in città. Inutile dire che il fine settimana rappresenta un naturale picco di affluenza.

In presenza di una simile potenziale clientela, forse per evitare rischi di superlavoro, la maggioranza dei nostri astuti commercianti da giugno a settembre sposta il proprio turno di chiusura settimanale al sabato!

Escludendo gli inevitabili smerci di paccottiglia per turisti e gli esercizi del “commercio globalizzato”, che se potessero resterebbero aperti anche la notte di Natale, e poche altre eccezioni, lo scenario del commercio al dettaglio nei sabati pomeriggio d’estate a Firenze genera quanto meno perplessità.

I turisti osano pensare di fare acquisti nel week end? Devono capire che non possono pensare di comprare tutto e tutti; qui ci sono in gioco tradizioni e abitudini radicate. La paccottiglia per loro basta e avanza. Chiudere di sabato non è miopia commerciale, ma è una dimostrazione di dignità: non siamo mica al loro servizio.

I lavoratori non hanno il tempo di fare acquisti in infrasettimanale perché, per l’appunto, lavorano? Fatti loro. Hanno otto mesi all’anno per fare acquisti nel week end e vogliono proprio farli in estate? Sono chiaramente come bambini viziati. Chiudere di sabato non è provincialismo, ma è l’espressione di un principio pedagogico: bisogna educare i clienti.

Con la bella stagione, quindi, in centro si rischia di essere travolti dalla transumanza dei turisti che, non avendo sufficienti valvole di sfogo nei negozi, si assembra nelle vie più note, tendenzialmente con il naso per aria e l’andatura ondivaga di un etilista all’ultimo stadio. Se ci si sposta verso le zone semicentrali, notoriamente meno frequentate dai turisti, si potrebbe pensare di essere a ferragosto a Milano (e in questo il clima aiuta). La periferia, poi, sprizza una vitalità analoga a quella di un cimitero di campagna.

I più maliziosi potrebbero obiettare che se nel semi-centro e in periferia non c’è in giro nessuno o quasi, allora hanno ragione i commercianti a chiudere di sabato pomeriggio. Io (timidamente) ribatto che non c’è in giro nessuno (forse) proprio perché non ci sono negozi aperti. Insomma, ancora una volta non siamo in grado di dirimere il dubbio se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Non posso fare a meno di notare, comunque, che la grande distribuzione, fedele alle leggi del mercato, nei sabati estivi è attiva più che mai. I supermercati sono talmente pieni che, a meno che non ci si voglia allenare per le estenuanti code degli esodi ferragostani, è preferibile soprassedere.

Probabilmente c’è qualcosa che mi sfugge, ma in fin dei conti ci sono abituato: le cose che mi sfuggono sono la stragrande maggioranza.

deserto
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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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