L’evoluzione degli emoji continua: in Android Q, attualmente disponibile su alcuni dispositivi mobili in versione beta, saranno presenti 53 nuovi emoji che Google ha definito “gender fluid”, cioè non chiaramente identificativi di tratti maschili o femminili. Google, con un esempio di equilibrismo lessicale degno di miglior causa, ha precisato che non sono “emoji asessuati”, neppure “emoji del terzo genere”, ma neppure emoji “gender neutral”, bensì “emoji non binari”.

In quest’ottica ci si potrebbe limitare a credere che l’obiettivo del colosso di Mountain View sia di consentire anche a chi non si sente adeguatamente rappresentato dalle consuete categorie uomo/donna di utilizzare emoji specifici per esprimere i propri stati d’animo. I nuovi emoji, in questa accezione, amplierebbero la rappresentazione del genere spingendosi oltre il tradizionale maschile e femminile: una rappresentazione fluida, appunto.

Il rischio che si corre ampliando la scelta di declinazioni alternative dello stesso emoji, per inseguire la massima inclusione e far sì che nessuno si senta escluso, è quello di togliere all’emoji la originaria caratteristica di universalità, paradossalmente evidenziando l’esclusione di chi, cercando una specifica rappresentazione visiva, non riesca a trovarne una da cui si senta adeguatamente rappresentato.

Con un’interpretazione più filosofica, quindi, ci si potrebbe spingere ad ipotizzare che l’obiettivo di Google sia invece quello di dare agli emoji un ruolo più rappresentativo degli stati d’animo e meno rappresentativo del genere, per spingere gli utenti a non scegliere necessariamente un emoji che indichi “contento” o “contenta”, ma un più generale “contentezza”. I nuovi emoji, in questa accezione svincolata dal genere, permetterebbero l’espressione visiva di un concetto più astratto.

Al di là di quelle che possono essere le motivazioni reali o le fantasiose interpretazioni, il modo in cui utilizzare i nuovi emoji sarà come sempre il bacino degli utenti a deciderlo.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.