Gita al Faro è considerato uno dei capolavori Virginia Woolf; considerato sia dalla critica che dall’enorme mole di lettori entusiasti. A confermare questo mi soccorre quello che ho sempre suggerito a chi si appresta alla scelta di un libro: rifarsi sempre ad un classico, non sbaglierai. Tutto questo è vero tranne qualche raro caso che si discosta dalla statistica. Già perché se questa regola fosse vera sempre non si avrebbero mai delusioni: si comprerebbe un classico e si godrebbe! Ma non è così. A mio parere infatti questo libro presenta troppe asperità.

Sostanzialmente è privo di trama dato che la stessa è sintetizzabile in: una famiglia della borghesia inglese cerca di organizzare una gita ad un faro che non si potrà fare per il maltempo; dopo dieci anni, finita la prima guerra mondiale, la gita si farà ma in tutt’altre condizioni. Fine.

Il testo è un’infinita elucubrazione dei vari personaggi che alternativamente espongono i loro pensieri su quello che accade intorno a loro. Definito dalla critica come “flusso di coscienza” è, a mio avviso, un mare magnum di continue ed interminabili similitudini, le quali, in cascata, contengono altre similitudini legate da grappoli di subordinate. Paragrafi quindi sempre lunghissimi, con incisi e parentesi, che si attorcigliano su se stessi senza soluzione di continuità.

Tecnica di scrittura raffinata è vero ma, facendo una similitudine (sic), è come quel virtuoso concertista che prende un famoso pezzo e lo esegue a cinque volte la velocità per la quale è stato composto. Per un minuto si rimane a bocca aperta. Per un altro minuto si rimane perplessi. Poi subentra la noia di un milione di note che si accavallano nel cervello senza più colore, senza alternanza fra piano e forte, senza un’anima, senza interpretazione.

Il testo è così una sorta di valanga, di slavina che trascina con sé tutto ciò che trova sulla sua strada. Il lettore è trascinato senza poter opporre resistenza, semi affogato, soffocato completamente dalla neve (scrittura), ribaltato, scosso, triturato. Ogni tanto si riesce a mettere la testa fuori – incredibile! – ci sono cinque righe di trama, si ha una breve illusione, e poi si riprecipita a valle senza fine.

Lettura estenuante, faticosa, soporifera, spesso noiosissima.

Bene, ho detto la mia, ora aspetto fiducioso le aspre critiche di quel 99% di lettori a cui invece è piaciuto da… morire!

 

Edizione commentata

Virginia Woolf, Gita al Faro, La Biblioteca di Repubblica, Roma, 2002

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Filippo Papini

Nato a Firenze (qualche tempo fa) dove vive e lavora. Laureato in Lettere, ha pubblicato i testi teatrali Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, La danzatrice dal ventaglio nero, È quasi ora, Le perdute parole; un poliziesco Giallo mare; una raccolta di poesie Osè e una serie di articoli per riviste di nautica. Nel 2011 ha contribuito alla nascita dell’associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it

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