Negli ultimi mesi è rimbalzata da un sito internet ad un altro, autoalimentando la sua ragion d’essere, una lista dei dieci edifici più brutti al mondo che classifica il Palazzo di Giustizia di Novoli al solitario 5° posto (…e non è male visto che si andrebbe in Europa League). Armati del loro arcinoto spirito polemico, i fiorentini, la cui maggioranza ormai ha scolpito nei cromosomi “Mi-piacciono-solo-le-cose-che-hanno-dai-400-anni-in-su”, non si sono lasciati sfuggire l’occasione per gettare una bella tanica di benzina su questa tenue fiammella del web che alla fine esploderà deflagrando nel solito, trito luogo comune della città divisa tra guelfi e ghibellini. Ma, come ben sappiamo, ognuno ha un concetto di bellezza personale e, pertanto, se affrontiamo il tema solo da questo punto di vista, o chiudiamo il dibattito o lo trasciniamo sterilmente all’infinito. Il David di Michelangelo non sarebbe così interessante se, oltre la perfezione scultorea, non ci facesse capire un’intera epoca della nostra storia.

Pare che l’Architetto Leonardo Ricci, che firmò il progetto del Palazzo negli anni ’70, fosse dotato di una personalità esplosiva che ritroviamo evidente nella molteplicità di volumetrie di cui è composto l’edificio: una visione della Giustizia complessa e molto articolata, di questi tempi, oserei dire, quantomeno realistica e attuale. Una cattedrale della Giustizia le cui vie, come le visuali che si hanno di essa, sembrano essere infinite. Infinite ma indeformabili e, quindi, dogmaticamente certe (si noti l’uso quasi ossessivo della forma triangolare).

Ma provate a imbrigliare un reattore nucleare in stato di in-controllata fuoriuscita di energia seppellendolo sotto una spessa cappa di cambi di amministrazioni, di piani urbanistici contrastanti, di evoluzione tecnologica, di burocrazia, di mancati o ritardati stanziamenti, di interpretazioni progettuali, pur nella grande professionalità di chi ci ha lavorato, della filosofia del “padre” naturale (scomparso nel ’94 molto prima che il primo mattone fosse anche solo prodotto) e tenetelo lì per trenta lunghi anni. Avremo come risultato un’inevitabile mutazione genetica dell’idea iniziale, un edificio che cicca l’appuntamento della vita di due decenni, dal sapore di futuro anticato, che porta sulle spalle il peso di una città arrugginita di fronte a scommesse spaziali così grandi, riflettendo gli ingranaggi di un’intera nazione.

Eppure è stato realizzato. Già questo è un miracolo di bellezza! Una bellezza mostruosa…perché un quinto posto giocando male tutto il campionato è pur sempre un buon piazzamento (per il prossimo, però, puntiamo al decimo…).

Non credo nell’architettura nata perfetta, è cosa rappresenta per tutti noi che decide dell’idea che ci facciamo di essa. Ricordiamoci allora che dalle mutazioni trae origine il processo evolutivo.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.