Piazza del Campo, Siena. Giorno del Palio, ore 19 circa. Sudore e polvere, l’attesa snerva i nervi. Il sole gira, lo scorrere del tempo è palpabile, anche se tutto è fermo. Un catino di gente urlante, rulli di tamburo nelle teste. Un girotondo di palazzi di inestimabile bellezza. La storia che ti ronza intorno, ti avvolge di mattoni delle crete, di travertino, di intarsi, trifore, buche pontaie, decorazioni. E tutte le prospettive scivolano giù a raggiera sul Palazzo Comunale per risalire fin lassù, sulla Torre del Mangia. Mangia polvere oggi. Another one bites the dust. Architetture di storica energica bellezza, niente da dire.
Ma cosa sarebbero queste architetture se non ci fosse il Palio? Architetture di storica energica bellezza.
Perché quelle stesse architetture, la piazza che delimitano, ogni singolo particolare… è il Palio che le trasforma in magia. La gente, con le proprie emozioni, anima le pietre. E non sono più solo uno splendido fatto urbano. Il fatto urbano diventa fatto sociale. Il fatto sociale diventa fatto umano. È un tutt’uno di vita. Non solo quel giorno. Tutto l’anno. Sempre.
Il Palio non è una corsa di cavalli. È passione, è identità cittadina, è rabbia, dolore, è piangere e gioire, è follia, è speranza, tradizione, delusione, fede. È morire e resuscitare, tutte le volte. È aspra divisione. È gruppo. È tutte queste cose nello stesso istante, e mille altre ancora. Un tutt’uno di vita, appunto.
Ora, io sono fiorentino. Non parteggio per una contrada o per un’altra. Tutt’al più, vivendo all’Isolotto, vicino all’Arno, potrei tifare per la contrada della Pantegana. E chiedo scusa ai senesi se mi addentro nelle loro “faccende” per cercare una risposta. Ma perché, mi domando tutte le volte che parlo con un senese, si accapigliano così tanto, si dividono fino, qualche volta, a darsele di santa ragione?
Una risposta a tutto questo c’è.
Quando ci si approssima alla mossa, la partenza dei cavalli, tutto il clamore di una giornata, i rulli di tamburo, le trombe, le grida, lo spingersi nella calca, le architetture, la città, le pietre calde del tramonto, le terre del “contado” tutt’intorno, tutto ciò che viene prima e dopo quel momento, tace. Scende il silenzio più assoluto su decine di migliaia di persone assiepate nel centro del mondo. Ma in quell’irreale silenzio, il silenzio prima della Mossa, si racchiude tutto quello che non si può raccontare. È emozione che ti prende alla gola. Un’assordante assenza di rumore prima del Big Bang.
Allora capisci che il Palio sembra dividerli, ma in realtà li unisce. Che in palio non c’è un drappo, ma ci sono loro stessi. Che di per sé un bel palazzo non ha molto senso se non per la sua autoreferenziale bellezza. Che una bella piazza può essere molto di più che un armonico insieme di architetture, quando, per una (sovra)umana presenza, c’è magia.
Che siamo alla ricerca, perpetua e ostinata, del gruppo. Perché da soli la vita fa spavento.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.