Foto di www.isolotto.net

Isol8 regna. Così proclama una scritta sopra il bandone di un’edicola di via Torcicoda. Ma la storia di questo quartiere, l’Isolotto, è tutt’altro che una storia Reale. È l’antitesi delle storie di regni, principi e principesse. È storia, cruda, di rivalsa sociale, di emarginazione, di povertà, di lotta per i diritti ma anche di aggregazione, di solidarietà, di innovazione e di evoluzione culturale.

Come Nanni Moretti in Caro Diario sul mio scooter percorro ogni giorno, per tornarmene a casa, prima il viale dei Pioppi e poi tutta via dell’Argingrosso. Alzo lo sguardo ed osservo gli edifici. È come veder scorrere un film sugli ultimi 60 anni di storia urbanistica cittadina e italiana. Perché l’edilizia parla e racconta il proprio tempo, le scelte che furono fatte, la gente che ha vissuto e vive quelle case.

Tra via Mortuli e viale dei Platani c’è l’Isolotto vecchio. Un quartiere costruito da zero in un’area depressa, maleodorante e semi-alluvionabile per arginare l’emergenza abitativa post-bellica ed incentivare l’occupazione. Oltre 1000 appartamenti, tirati su in pochi anni, furono consegnati nel 1954 da La Pira. Le giunte di quegli anni, prima comuniste e poi democristiane, non vollero i casermoni così come nelle altre città italiane. Doveva essere un quartiere improntato all’equilibrio tra abitazioni a misura d’uomo (non più di 2-3 piani), spazi verdi e servizi alla maniera delle città-giardino inglesi. Una vera e propria città satellite, autosufficiente in tutto.

Ma le case furono costruite in fretta. Con materiali poveri, senza alcuna velleità formale, come del resto imponeva la situazione. E, inoltre, si “dimenticarono” di completare il quartiere con le opere di urbanizzazione, le strade, i lampioni, i servizi primari come le scuole e i presidi sanitari. L’idea progressista di città in cui l’individuo, anche il più reietto, potesse svilupparsi autonomamente e dignitosamente cadde sulle cose più elementari. E l’Isolotto rimase per molti anni un’isola, appunto, di case dormitorio, lontana da Firenze e dalla civiltà. Quell’idea di città giusta e dignitosa non fu lasciata cadere dai diretti interessati: fu ripresa con forza dalla comunità isolottiana. Che si aggregò e protestò. Protestò per avere la Chiesa, protestò per avere le strade, protestò per avere le scuole. Trovarono in Don Enzo Mazzi il loro pastore. E, a quel punto, la loro visione trascese i confini del quartiere. Divenne la lotta del più debole contro il più forte, contro il potere e l’ordine costituito (sopratutto ecclesiastico), contro le disuguaglianze.

Questi palazzotti che mi scorrono davanti, nascosti nel verde, mi parlano di tutto questo. Modesti, dignitosi, umili, schivi. Bruttini. Ma tosti, di veri principi. Si vede dalle murature che hanno sofferto.
Sapendo che le loro battaglie, anche nella sconfitta, sarebbero risorte nelle generazioni future.

To be continued…

 

Per chi volesse sapere di più della storia dell’Isolotto:

 

P.S.: a me piace leggere l’articolo con in sottofondo questa canzone: Il giorno di dolore che uno ha di Ligabue.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.

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Forte il Forte!

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Facce e facciate