Sono trascorsi 40 anni dalla pubblicazione di The Wall, unico concept album della storia dei Pink Floyd, nonché forse la più monumentale ed iconica opera rock di sempre.

La storia sviluppata in The Wall trae origine dalla profonda crisi artistica ed esistenziale di Roger Waters, che nel corso del tour di Animals, durante un concerto a Montreal nel luglio del 1977, arrivò al punto di sputare sul pubblico delle prime file che rumoreggiava, per manifestare il proprio disprezzo per chi, invece di ascoltare la musica, faceva confusione.

Nei mesi successivi Waters cominciò ad immaginare di costruire sul palco, durante il concerto, un grande muro di separazione tra il pubblico e la band. Nacque così il tema su cui sarebbe stato costruito The Wall (sia il disco che il film) e la struttura di quello che sarebbe diventato lo spettacolo live.

Per quasi un anno Waters lavorò in solitudine, sviluppando l’idea iniziale, arrivando a comporre materiale sufficiente per quattro dischi. Il tema del muro psicologico costruito intorno ad un’ipotetica rock-star in crisi, figura inevitabilmente autobiografica, in progressivo isolamento a causa dei condizionamenti imposti dalla famiglia, dalla società, dal successo, dai fallimenti sentimentali, si articolava nell’equivalente di tre dischi; in sostanza il nucleo di The Wall. Il quarto approfondiva il rapporto tra uomo e donna attraverso la descrizione di un’esperienza onirica; in sostanza l’essenza di The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Nell’estate del 1978 Waters si presentò agli altri tre membri della band e fece loro ascoltare per la prima volta il materiale composto, chiedendo di scegliere quale dei due progetti sviluppare in gruppo. L’altro sarebbe diventato il suo primo disco solista.

Quella presa di posizione, però, mutò drasticamente gli equilibri nel gruppo. Era evidente a tutti che il lavoro corale degli album precedenti non sarebbe più stato possibile con l’egemonia imposta da Waters sul nuovo progetto scritto da lui.

A peggiorare il clima interno arrivò una crisi delle finanze del gruppo, a causa della bancarotta dei consulenti finanziari che li lasciarono con un “buco” di 2,5 milioni di sterline. Il provvidenziale anticipo di 4 milioni di sterline da parte della casa discografica per il nuovo album spostò temporaneamente in secondo piano il problema dei rapporti personali.

Fu così che nell’ottobre del 1978, negli studi Britannia Row, i Pink Floyd iniziarono ad affinare il materiale portato da Waters, a detta di Gilmour troppo cupo e monotono, con l’obiettivo iniziale di ridurlo da tre dischi a due.

Per coordinare il lavoro e gestire i difficili equilibri interni fu deciso di cercare per la prima volta un produttore esterno alla band. La scelta cadde su Bob Ezrin, del quale l’allora moglie di Waters era stata segretaria. Elemento decisivo per la scelta di Ezrin fu il lavoro di produzione che Ezrin aveva svolto per il primo album solista di Peter Gabriel, che aveva molto impressionato Waters.

Ezrin cominciò subito a lavorare riorganizzando l’ordine dei brani e realizzando un vero e proprio storyboard, che sarebbe servito per lo sviluppo dell’album, ma che avrebbe anche rappresentato la base della sceneggiatura del successivo film di Alan Parker.

L’apporto del nuovo produttore fu fondamentale fin dalla definizione della figura del protagonista, che non sarebbe stato un alter-ego di Waters, come lui stesso aveva immaginato scrivendo i testi, ma un personaggio riesumato dal passato: Pink, già protagonista di Have A Cigar, su Wish You Were Here. Il personaggio di Pink venne caratterizzato come una proiezione in parte di Waters ed in parte del mai dimenticato Syd Barrett.

In questa fase del lavoro Gilmour apportò fondamentali contributi di scrittura, mentre Wright, sempre più in crisi nei rapporti con Waters, si defilò.

Ezrin stesso contribuì massicciamente alla composizione dei brani, oltre che al loro arrangiamento, pur senza averne esplicito riconoscimento nei crediti.

Ad influenzare in maniera determinante le sonorità, che tanta importanza avrebbero assunto negli arrangiamenti finali, fu James Ghutrie, tecnico del suono consigliato da Alan Parsons, storico collaboratore della band.

Il lavoro sul progetto si complicò ulteriormente quando, nel marzo 1979, i Pink Floyd furono costretti a trasferirsi in Francia per problemi con il fisco inglese, spostando il lavoro negli studi Super Bear di Nizza, già noti a Gilmour e Wright per averci inciso i loro primi album solisti.

In un simile clima era inevitabile che il lavoro si trascinasse oltre i termini inizialmente previsti, così nel giugno del 1979 la CBS/Sony decise di motivare i Pink Floyd con un sostanzioso bonus se fossero riusciti a terminare l’album in tempo utile per Natale.

In un clima sempre più teso, ma motivati dalla spinta economica, a luglio i Pink Floyd cambiarono ancora una volta lo studio di registrazione,  spostandosi nella Francia del sud, nello Studio Miraval. Qui si rese presto evidente la necessità di ulteriori registrazioni da parte di Wright, che nel frattempo si era trasferito in Grecia a vivere con la moglie, che si rifiutò di rientrare per registrare in agosto le sue nuove parti. Questo causò la frattura definitiva con Waters e di fatto venne stabilito che Wright se ne sarebbe andato al termine del successivo tour, che sarebbe peraltro stato l’ultimo della storia dei Pink Floyd con la formazione classica.

Finalmente a settembre Wright registrò i suoi contributi di tastiere lontano dagli altri membri del gruppo, a Los Angeles nei Cherokee Studios.

Il 9 novembre 1979 ebbe ufficialmente luogo l’ultima sessione di registrazione, alla quale seguirono, in tempi incredibilmente stretti, le attività di mixaggio, masterizzazione, stampa e distribuzione.

Fu così che a poche settimane dalla fine del decennio dominato dai dinosauri del rock, che venivano ormai spazzati via uno ad uno dall’ondata punk, la mattina del 30 novembre 1979 The Wall apparve nelle vetrine dei negozi inglesi di dischi.

Da quel giorno il panorama musicale non sarebbe più stato lo stesso.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.