I quesiti esistenziali sono quelle domande che uno si pone in particolari momenti della vita, salvo poi ravvedersi e realizzare che più che cercare risposte, la soluzione è non porsi domande.

Se però proprio uno decide di porsele, le eventuali risposte possono essere trovate anche con l’aiuto dei grandi, che sui massimi sistemi hanno discettato lungamente in passato.

Tanto per andare su argomenti semplici: cos’è la felicità?

Non ci sarebbe bisogno di spingersi molto in là, dato che Al Bano, di recente riciclatosi come mediatore internazionale, ma da sempre fine pensatore, ha a suo tempo sintetizzato in maniera ammirevole che «la felicità è un bicchiere di vino con un panino». Ricetta chiara, ma poco indicata per gli astemi.

Platone sosteneva che l’uomo più felice è quello nel cui animo non c’è alcuna traccia di cattiveria, ma ipotizzare che possa esistere un uomo simile qualifica di diritto Platone come il primo autore di fantascienza della storia.

Nella definizione di felicità non poteva mancare il classico proverbio cinese (tibetano, nella fattispecie), secondo il quale cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord. Per chi conosce Flavio Oreglio non c’era necessità di scomodare i proverbi tibetani.

Se si parla di saggezza cinese non si può non nominare Confucio, secondo il quale non esiste una strada verso la felicità, perché la felicità è la strada. Più che un’indicazione di vita, uno slogan dell’ANAS.

Secondo Tolstoj la felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa. Formulazione analoga nella sostanza anche da parte di Oscar Wilde, che sosteneva che la felicità non è avere ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si ha. Se ciò che si fa è pena e ciò che si ha sono solo problemi, ambedue le formulazioni suonano vagamente come una presa per i fondelli.

La definizione di felicità che dà Seneca, secondo il quale la vera felicità è non aver bisogno di felicità, è una perfetta definizione, prima che di felicità, di ricorsività.

È invece molto semplice la definizione di Victor Hugo, che sentenzia che la felicità è essere amati per ciò che si è (o a dispetto di ciò che si è); ma viene il dubbio se sia il caso di includere anche il gatto, che notoriamente è l’unico essere vivente che ci ama incondizionatamente a dispetto di ciò che siamo.

Senza voler nulla togliere ai citati pensatori, la migliore definizione di felicità, però, sembra essere quella di Winnie Pooh, che sostiene che «Il momento più felice della vita coincide con il secondo prima di mettere in bocca il miele: Quel secondo non è secondo a nessuno».

Con questa perla di saggezza si conferma che Winne Pooh, come pensatore, non è secondo a nessuno, perché dona a tutti una speranza che, almeno in questa accezione, la felicità sia davvero un obiettivo raggiungibile.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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Ciao Hugh

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Il dottor Google