Il 12 settembre il Parlamento Europeo, in seduta plenaria, ha approvato (con 438 voti favorevoli, 226 voti contrari, 39 astensioni) la nuova direttiva sul copyright, bocciata a luglio scorso. Se ne sentiva parlare da mesi; tutti, anche coloro che non avevano titolo per esprimersi, avevano reso pubblica la propria posizione a favore o contro. Wikipedia aveva addirittura sospeso il proprio servizio per diversi giorni, come manifestazione di contrarietà alla nuova normativa.

In sostanza i due schieramenti che si contrapponevano erano da una parte coloro che sostenevano la necessità che il diritto d’autore venisse tutelato e dall’altra coloro che sostenevano la necessità di avere un web libero da limitazioni.

A bocce ferme e, soprattutto, a testo approvato, è utile fare alcune considerazioni su come questa direttiva cambierà il web.

Premesso che l’iter legislativo prevede un ulteriore passaggio per il voto di approvazione a gennaio 2019, è realistico pensare che la direttiva diventi realmente operativa.

La direttiva sul copyright è solo un tassello di un più ampio progetto per la creazione di un mercato unico digitale a livello europeo. Gli utilizzatori finali hanno già visto diversi benefici effetti di questo progetto, come ad esempio l’abolizione delle tariffe per il roaming telefonico, nonché effetti un po’ meno benefici, come le nuove regole per la protezione dei dati.

In seguito alle proteste dei mesi scorsi, il Parlamento Europeo ha stabilito che le nuove norme non dovranno essere applicate a numerose categorie di operatori: i prestatori di servizi che agiscono a fini non commerciali (Wikipedia su tutti), i prestatori di servizi online laddove i contenuti vengano caricati con l’autorizzazione di tutti i titolari dei diritti interessati (come i provider di servizi cloud per uso individuale), i software open source per lo sviluppo di piattaforme e i mercati online la cui attività principale consiste nella vendita al dettaglio in rete di beni fisici.

In sostanza la nuova direttiva interessa i colossi del web e, più in generale, coloro che vogliono trarre profitto da opere di ingegno di terzi protette da copyright (testi, articoli, libri, musica, etc.).

Due in particolare sono gli articoli oggetto di critiche.

Il primo, l’articolo 11, prevede una “link tax”, cioè una tassa sui link ad articoli a favore degli editori che ne posseggono i diritti. Se oltre al link è presente un’anteprima (generalmente composta da titolo, immagine e sommario) la tassa è dovuta. Se il link è presente in forma di semplice hyperlink, invece, nulla è dovuto. Chi critica la norma sostiene che più che una tassa sugli articoli, posta così sia una tassa sulle notizie. Ovviamente chi subisce i maggiori danni da questa norma sono gli aggregatori di notizie (con buona pace di Google News).

Il secondo, l’articolo 13, prevede che il titolare dei diritti raggiunga un accordo con i gestori delle principali piattaforme web per la protezione del suo materiale soggetto a copyright, per evitare che singoli utenti possano pubblicare materiale soggetto a copyright (musica e video in prevalenza). In sostanza i gestori dovranno dotarsi di meccanismi che permettano automaticamente di riconoscere se un contenuto pubblicato da un utente è protetto da copyright o meno. Le maggiori critiche a questo articolo riguardano i meccanismi che verranno utilizzati per effettuare i filtri sui contenuti, perché potrebbero rappresentare una vera e propria forma di censura.

Lo spirito che anima la direttiva è quello di tutelare il lavoro di musicisti, artisti, interpreti, sceneggiatori, giornalisti e creativi in genere, garantendo loro un guadagno quando la loro opera è utilizzata da piattaforme social (YouTube, Facebook, etc.) e aggregatori di notizie (Google News, etc.).

La possibilità che questa direttiva generi oscurantismo e censura è assai remota. Per una valutazione reale sarà necessario, però, attendere che i vari stati dell’Unione recepiscano la direttiva, che, in quanto tale, vincola gli stati membri al raggiungimento degli obiettivi, senza entrare nel merito della modalità con cui ciascuno stato li otterrà.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.