A vederle cosi, colpiscono. Una completamente diversa dall’altra. Sono le donne del Meykadeh. Ovvero, le due ragazze che gestiscono il locale. Si chiamano Jen e Valentina. Una dalla Nuova Zelanda e l’altra dalla provincia di Roma. Alla loro domanda rispondo di no. Non  sono un venditore né un funzionario di Equitalia. Non devono pagare niente, ma se vogliono offrirmi la birra, accetto volentieri. Nel locale c’è ancora poca gente e loro sono tranquillissime. Chiedo loro se sono disponibili ad una breve intervista. Gratis, ovviamente.  Accettano.

Jen, ma che ci fai qui a Firenze?

Jen: “In Nuova Zelanda ho conosciuto un ragazzo di nome Iacopo, il cugino di Valentina. Mi ha invitata a vedere l’Italia, in particolare Firenze dove viveva, ed ho deciso di restare. Successivamente, tutti e tre abbiamo deciso di rilevare il Meykadeh, che già esisteva. Tutto questo succedeva 2 anni fa.” L’italiano fluente di questa ragazza mi stupisce, soprattutto confrontato al mio inglese!

Che significa Meykadeh?

Valentina: “il precedente proprietario era un artista iraniano ed è stato lui a chiamarlo cosi. E’ una parola persiana e significa: luogo di ritrovo di artisti. Abbiamo lasciato questo nome al locale perché ci sembrava molto appropriato per il luogo e per le attività che proponiamo.

E cosa proponete?

Valentina: “Esposizioni di foto e quadri, piccoli concerti, circoli letterari e letture di poesie…Abbiamo avuto una mostra molto interessante di grafica Design allestita da studenti italiani e brasiliani, che ha avuto abbastanza successo. Ma come spesso accade, se ne è parlato più in Brasile che qui a Firenze, dove certe cose passano in sordina”. Dice ironicamente.

Jen: “Dall’8 di febbraio sarà presente qui al Meykadeh per un mese, una mostra promossa dalla LAV, la lega anti-vivisezione a cui siamo associati storicamente. Parte del ricavato della vendita delle opere andrà in beneficenza all’associazione. E poi con l’inizio della primavera tornerà la musica dal vivo.

Avevate già avuto precedenti esperienze come gestori di locali?

Valentina: “come clienti e bevitrici accanite si”, ride, “ma da questa parte del bancone è la prima volta per entrambe. Abbiamo lavorato all’estero e viaggiato molto, ma non avevamo mai lavorato a contatto con il pubblico e all’accoglienza. Quando ci siamo ritrovate a parlare di aprire qualcosa e di unire le nostre esperienze così diverse, il caffè letterario c’è sembrata la soluzione ideale. E siamo partite da zero. Ci siamo inventate il nostro modo di lavorare, anche nella scelta dei prodotti che offriamo.

E cosa offrite? O meglio, che filosofia ha il Meykadeh?

Jen: “Siamo un caffè letterario dove si possono leggere e comprare libri. Qui la gente può venire a rilassarsi e parlare tranquillamente, oppure portarsi dietro un portatile e lavorare al computer collegati al Wifi. Tutto questo in un’atmosfera particolare e assaggiando prodotti originali e difficilmente reperibili come i nostri thè, le miscele di caffè, vini e birre artigianali.”

In effetti, mi mostrano un campionario di marche nuove e sconosciute che mi incuriosiscono molto e solleticano il mio spirito godereccio.

Valentina: “Per esempio, ci siamo voluti differenziare non offrendo vino toscano ai nostri clienti, ma vini biologici provenienti dal Nord e Sud Italia. Il nostro terzo socio infatti, mio cugino Iacopo, è un appassionato di vini e lavora dietro le quinte scoprendo sempre prodotti nuovi poco conosciuti ma di ottima qualità. Anche i thè sono molto particolari, da quello di rose a quello al ginger. Senti!” Mi avvicino ai barattoli del thè e rimango inebriato dalle fragranze che annuso.

Cosa significa gestire un locale, seppur tranquillo, per due ragazze?

Valentina: “Abbiamo imparato a difenderci  ed a tirare fuori gli artigli quando è necessario!”, dice con uno sguardo felino ma sorridente, “C’è il fornitore che vuole fare il furbo o il cliente troppo invadente che ci prova. Con la giusta decisione, si riesce a dire di no con un sorriso ed a farsi rispettare. Ma credo che sia cosi un po in tutti i posti di lavoro. E poi il nostro orario, dalle 9 a mezzanotte, non attira il tipo di cliente che vuole fare casino e scalmanarsi. C’è un’ autoselezione. Diciamo che attiriamo più le signore inglesi dei circoli letterari che le giovani americane un po’ brille.” Ride.

Stanno entrando dei clienti. L’intervista è finita. Saluto le ragazze, mi infilo il cappotto ed esco. Uno stralunatissimo Stefano Bollani mi guarda mentre mi allontano.

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