Vengo a te Filippo. So che in una rubrica come questa prima o poi devo affrontarti, devo scalare la Cupola per smacchiare il giaguaro. E, allora, lo faccio subito. Perché dinanzi ai giganti o si scappa o si affrontano a viso aperto.

Ma è un compito Titanico, quindi con quasi certe probabilità di naufragio, perché parlando della Cupola, non stiamo parlando solo di architettura. Parliamo di noi, noi fiorentini. Ma direi, meglio, noi uomini. Perché non si può circoscrivere ad un definito ambito spazio-temporale la volontà, anche se di una singola comunità (quella fiorentina del ‘400) di sfidare l’ignoto costruendo quello che non era mai stato costruito prima, né la tua caparbietà di scavare nei meandri dell’ingegno umano per sorreggere quest’ambizione e, sull’orlo di perdersi, tirar fuori il coniglio dal cappello, anzi il giaguaro.

La costruzione del Duomo era impresa di dimensioni colossali. 70 anni dopo la posa della prima pietra (1296), la cattedrale era pressoché finita ma al centro c’era un buco di 45 metri di diametro e nessuno sapeva come tirar su la cupola. Impossibile arrivare lassù a quell’altezza con armature e centine lignee. Impossibile evitare sgretolamenti dei mattoni compressi sotto il peso immane. Impossibile costruire una cupola semisferica come i romani ma, questa volta, su base ottagonale. Impossibile, impossibile solo pensarlo. Eppure i fiorentini sapevano cosa volevano… ma senza sapere come ottenerlo! (Niente di nuovo, no?). La Cupola l’avevano pensata nell’armonica forma che oggi vediamo, prestando solenne giuramento di fedeltà al progetto di Neri di Fioravanti del 1367. La volevano ottagonale, come il Battistero lì davanti, slanciata, nello sviluppo a quinto acuto delle 8 vele, e mastodontica. Aspettando cocciutamente un’idea per risolverne la realizzazione. Folli.

Seppero attendere 50 lunghi anni per quell’idea. Che hai avuto tu. Non prima di essere stato preso per pazzo visionario (da dei folli!), come succede spesso a chi il futuro lo tocca con mano, per aver proposto la costruzione di una cupola autoportante. In effetti non avevano tutti i torti, perché ti eri guardato bene dallo svelare il segreto che ti avrebbe consentito di portare la muratura fin lassù senza appoggi di nessun tipo, per paura che qualcuno ti fregasse quell’idea “cinquantenne”. Quel segreto (il posizionamento dei mattoni secondo l’andamento detto a corda blanda) noi moderni lo abbiamo capito solo 500 anni più tardi. Ci hai battuto 10 a 1.

A parte la sconfitta, che a noi evoluti ancora brucia, questa è una storia di vittoria. La vittoria di una comunità coraggiosa e caparbia, che credeva ciecamente nei propri figli. La vittoria di un uomo che, armato solo del proprio ingegno, ha dato luogo a due miracoli: il primo trova divina spiegazione nella potenza della ragione umana, l’altro si manifesterà per tramite del prossimo articolo ed ha a che vedere con l’elettrocardiogramma dei fiorentini.

To be continued…

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.