Quando inizia un periodo di sofferenza, si cerca di farsene una ragione, ci si arma di coraggio e pazienza e si aspetta che arrivino tempi migliori. Questo è lo spirito che anima buona parte degli Italiani, per i quali le prossime sette settimane non saranno una passeggiata. Sette settimane, infatti, ci separano dalla fatidica data delle prossime elezioni politiche.

Chi ha superato gli “anta” ha un ricordo piacevole di situazioni analoghe del passato, quando, a prescindere dal proprio orientamento, si assisteva volentieri nel periodo preelettorale a dibattiti e confronti su argomenti concreti, sulle ideologie, sui problemi della gente. A fare la differenza, rispetto ad oggi, era la statura politica e lo spessore culturale dei personaggi che si confrontavano.

Negli anni settanta i politici erano come la musica: decisamente meglio di oggi. Si noti, però, che buona musica se ne sente ancora, mentre di politici adeguati al ruolo che ricoprono se ne vedono francamente pochi.

Nei dibattiti i politici dell’epoca mantenevano caparbiamente il confronto su un piano ideologico, perché non avevano capito che la politica è un prodotto come un altro e che pertanto deve essere venduto agli elettori nello stesso modo in cui si vendono le merendine. Chi l’ha teorizzato per primo è stato uno che su come si vendono i prodotti alla gente la sapeva (e la sa ancora) parecchio lunga. Per quattro tornate elettorali (sia pur non consecutive) ha sbaragliato la concorrenza, palesemente non all’altezza della sua competenza in ambito marketing. Il mercato, però, insegna che nel tempo la concorrenza si rafforza. Ormai, per raggiungere il proprio obiettivo, è diventato fondamentale identificare il target di mercato a cui ci si vuole rivolgere, per focalizzarne le esigenze e confezionare prodotto e slogan in maniera mirata.

Gli slogan, però, a lungo andare perdono efficacia; molto meglio le promesse.

Ecco dunque che ogni azienda (il termine “partito” è fuorviante) sceglie un target, ne fa analizzare le caratteristiche dal proprio Ufficio Marketing e confeziona promesse ad hoc, nel tentativo di erodere quote di mercato alla concorrenza aumentando sempre di più i propri profitti (in tutti i sensi).

Ciò a cui stiamo assistendo in questi primi giorni di campagna elettorale è una gara pubblicitaria tra le aziende in campo a chi la spara più grossa; ognuna sempre con il mirino puntato sul target di mercato a cui vuole vendersi.
Vuoi i consensi degli studenti? Proponi di abolire le tasse universitarie.
Vuoi i consensi degli antivaccinisti? Proponi l’abolizione dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola (ottenendo anche lo scopo di metterti in buona luce nei confronti dell’azienda concorrente, con cui stai progettando un consorzio).
Vuoi i consensi degli imprenditori? Proponi l’abolizione del jobs act e la detassazione per un numero di anni appena superiore alla durata della legislatura.
Vuoi i consensi degli anzianotti? Proponi l’abolizione della legge Fornero.
Vuoi i consensi di quelli che non trovano/cercano lavoro? Proponi il reddito di nullafacenza.
Vuoi i consensi dei pensionati? Proponi il raddoppio delle pensioni minime.
E via discorrendo in un’escalation in cui l’unico limite è rappresentato dalla fantasia dei soggetti in campo (il pudore non è più un limite già da tempo).

Tutte queste promesse hanno in comune che non tengono minimamente conto degli effetti economici e/o sociali che avrebbero se venissero effettivamente messe in pratica, ma per fortuna la maggior parte delle aziende che le formulano non ha la minima intenzione di provare a realizzarle.

In Tv, quindi, nelle prossime sette settimane si assisterà alle presentazioni delle varie aziende, nelle quali ognuna farà a gara a chi promette di più, stando sempre bene attenta ad attaccare le aziende concorrenti solo in apparenza, perché si sa che, in assenza di monopolio, l’unica situazione aziendalmente preferibile alla libera concorrenza è il mercato gestito da un cartello.

Con buona pace dell’Antitrust.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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