Facciate di S. Maria del Fiore, di S. Croce, di S. Lorenzo. Sembra che a Firenze, ogni qualvolta veniva eretta una chiesa, si lasciasse, quasi a farlo apposta, la facciata incompiuta di modo che i posteri avessero di che flagellarsi nel non sapere come terminarla degnamente. Le vicende storiche fiorentine narrano nei secoli di innumerevoli tentativi per dare un volto a quelle chiese tramite concorsi e proposte di vario tipo. Non è stato mai ritenuto insolito dai nostri avi, né considerato irriverente verso un glorioso passato, pensare al loro completamento in epoche postume. Per le prime due ci si arrivò, infatti, anche se con discutibili esiti, nel secolo XIX°.

Per il S. Lorenzo invece la storia è andata diversamente. A Michelangelo viene affidata nel 1516 da Leone X  la realizzazione della facciata, rimasta ancora incompiuta dalla metà del ‘400. Il progetto era, nel consueto spirito dell’artista, ambizioso.

“Signore, fa che io possa sempre desiderare più di quanto riesca a realizzare.”

I costi per la costruzione, totalmente in marmo, lievitarono a dismisura per ragioni di trasporto del materiale diventando presto insostenibili. La realizzazione naufragò già nel 1520. Tuttavia del progetto esiste un dettagliato plastico ligneo, che non lascia equivoci interpretativi su come Michelangelo avesse concepito la facciata. Una facciata di limpida potenza architettonica, di monumentale eterea pulizia.
Un paio d’anni fa il Sindaco Renzi ha a nova vita restituito il secolare dibattito sulla proposta di realizzare, direttamente, il progetto di Michelangelo. L’idea si è alzata in volo sopra i resti mummificati di questa città con la stessa potenza distruttiva di un cacciabombardiere, seminando il panico tra i fautori della tutela del patrimonio storico costi quel che costi. La contraerea passatista e conservatrice non si è fatta attendere, abbattendo nel giro di pochi giorni questo sogno contemporaneo. L’incursore è fuggito in ritirata, avendo fiutato una disfatta epocale di voti passatisti. Da quel momento silenzio. E si è tornati all’immobilità assoluta di questo bunker rinascimentale.
Il rapporto di questa città con la propria storia è un caso da psicoanalisi di massa. Ogni qualvolta ci si confronta con essa si finisce per tirare indietro la gamba. Ma le nostre glorie, come Michelangelo, usavano entrare spensieratamente a gamba tesa,  rubare il pallone e siglare all’incrocio dei pali nello stadio ammutolito. Sapevano prendersi dei rischi.
Questa idea non sarebbe un banale falso storico, come qualcuno ha detto, ma piuttosto un’operazione di contemporaneità nel rispetto del passato, dovendo costruire fedelmente oggi quello che già doveva essere lì, tale e quale, 500 anni fa. Un’operazione di affascinante resurrezione progettuale, secondo il quale l’idea originaria del maestro sarebbe riemersa per forza di levare tutti i secoli trascorsi invano. Come Lazzaro, Michelangelo sarebbe stato ancora tra noi per seguire il suo cantiere. E tutto questo porta con sé un senso di eternità e di sospensione, come se il tempo si fosse fermato e noi contemporanei, finalmente, lo avessimo sbloccato dando il via, davvero, alla partita.

Immagini gentilmente concesse dallo studioDIM associati
Rendering: ©2009, studioDIM associati www.studiodim.it

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.