Sono ormai diversi decenni che lo streetwear è uno “stile” molto diffuso. Jeans, magliette, cappellini e sneakers sono capi comodi e relativamente economici che rappresentano la scelta di abbigliamento base per intere schiere di giovani.

Per molti di coloro che scelgono questa tipologia di abbigliamento l’essenziale è la comodità, senza troppe considerazioni sulla valenza culturale di cui era, almeno inizialmente, espressione lo streetwear e senza particolari pregiudizi nei confronti dei marchi, anche del lusso, che hanno fiutato il business e ci si sono tuffati a dispetto della storia (propria e dello stile).

Come conseguenza naturale, sacrificando l’estetica sull’altare della comodità, molti ragazzi e ragazze si vestono con i medesimi capi, che di fatto sono diventati unisex.

Anche sulle passerelle capita sempre più spesso di vedere sfilare modelli e modelle con capi che, pur molto lontani dallo streetwear, sono (o vorrebbero essere) trasversali ai tradizionali generi.

Chi vende moda non può non cogliere questi segnali e deve, quindi, necessariamente adattarsi, seguendo le orme di pionieri della distribuzione che hanno proposto, già da tempo, reparti di abbigliamento non univocamente indirizzati all’uno o all’altro genere.

La catena inglese Selfridges già nel 2015 in uno dei suoi grandi magazzini di Londra aveva inaugurato un reparto denominato Agender, dove gli abiti proposti erano raggruppati per collezione e non per genere di destinazione.

Tre anni dopo a Helsinki, Stockmann ha aperto in uno dei suoi negozi un’area gender neutral chiamata One Way.

Poco dopo il marchio Phluid Project ha aperto a New York un negozio all’insegna dell’inclusione di genere, con manichini non connotabili sessualmente e abbigliamento indossabile da chiunque, rivolgendosi a coloro che desiderano non manifestare orientamento sessuale o identità di genere tramite un abbigliamento tradizionale.

Anche le aziende di fast fashion più note, come Zara o H&M, hanno cominciato a produrre collezioni gender free.

Le motivazioni di questa nuova tendenza sono fondamentalmente due: una di tipo culturale, dove alla base c’è una volontà di rispetto dell’identità di genere che supera la tradizionale classificazione binaria, e una di tipo commerciale, dove alla base c’è la constatazione che le nuove generazioni effettuano sempre più spesso acquisti che non tengono conto del genere per cui i prodotti sono stati pensati (in ambito non solo di abbigliamento, ma anche di accessori e cosmesi).

L’abbigliamento è da sempre espressione del proprio modo di essere, della propria natura e del proprio stile. È giusto che esistano tipologie di abbigliamento e punti vendita che permettano a chiunque di trovare ciò che meglio esprime il proprio io. L’importante è che questo non vada a discapito di chi continua a connotare i generi in maniera più convenzionale e che vuole continuare a vestirsi in maniera più tradizionale.

(Visited 22 time, 4 visit today)
Share

Dicci la tua

Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.