Giornale e caffè (magari con sigaretta, per i più viziosi) è ormai un binomio d’altri tempi, un’immagine che è destinata a rimanere nei ricordi degli ex-giovani, nelle fotografie e nei film d’antan.

L’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha permesso la nascita (e l’affermazione) delle “notizie in tempo reale”: canali televisivi dedicati alle news, app per smartphone delle maggiori testate e agenzie giornalistiche, siti e portali che ventiquattr’ore su ventiquattro forniscono tutte le informazioni possibili e immaginabili (in certi casi anche farlocche, distorte e gonfiate, tanto per non farsi mancare niente).

Un effetto collaterale di questo cambiamento è stato l’invecchiamento precoce delle notizie fornite dalla stampa, che inevitabilmente quando arrivano in edicola non sono più novità. Chi considerava i giornali come fonte di informazione, quindi, ha progressivamente spostato il proprio interesse su altri mezzi di comunicazione, più efficienti per questa tipologia di fruizione.

I quotidiani, che da sempre hanno rappresentato uno strumento di approfondimento oltre che di informazione, sono diventati appannaggio di un pubblico più attento e consapevole, ma numericamente sempre più esiguo.

Analogamente, pur con differenze significative, il discorso può essere esteso dai quotidiani ai periodici, generalisti e di settore, che subiscono la “concorrenza” di siti e portali internet, ma anche di forum, blog e social media: i lettori della carta stampata sono in costante ed inarrestabile calo (come accennato tempo fa nel post sulla “rivoluzione” di Playboy).

Bisogna anche ricordare che da qualche anno la liberalizzazione del mercato ha permesso ai supermercati di vendere giornali.

Per l’evoluzione tecnologia da un lato e la concorrenza della grande distribuzione dall’altro, il classico giornalaio ha visto progressivamente ridursi la propria clientela e, fatalmente, anche i propri guadagni (l’aggio medio è di poco superiore al 20%). Già l’attività dell’edicolante è, per sua natura, pesante (basti pensare agli orari di lavoro: minimo 12 ore al giorno per sei giorni e mezzo a settimana), ma se non permette neppure un’adeguata remunerazione, c’è da stupirsi quando si vede un giornalaio ancora in attività.

Alcuni sono riusciti a reinventarsi, ampliando e diversificando la propria offerta, ma alla fine sono molti quelli che hanno dovuto (o dovranno) rinunciare alla propria attività.

gavinanaFirenze non si sottrae a questo (triste) destino. Le associazioni di categoria riportano i numeri di una crisi che non conosce rallentamenti. In città, negli ultimi anni, sono stati costretti a chiudere decine di esercizi.

Ultima a capitolare, in ordine di tempo, è stata la storica edicola di Gavinana, da sempre un’istituzione per gli abitanti del Quartiere 3. Il suo titolare ha dovuto calare il bandone (siamo a Firenze, qui non si abbassa la saracinesca) ed esporre un cartello di “vendesi attività”, nella speranza di trovare entro fine anno un acquirente disposto a rilevarla; in caso contrario sarà costretto a smantellare fisicamente il chiosco e a cancellare un pezzetto dell’anima e della storia di questo quartiere.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.