David Lewis è un quarantatreenne nato a Londra, ma residente in Svizzera da una quarantina d’anni; ha un figlio di sei anni, che è nato in Svizzera; ha lavorato in varie società finanziarie svizzere, prima di aprire un’attività in proprio a Zurigo; nel tempo libero presta la propria opera di volontariato presso un’associazione svizzera, Nachbarschaftshilfe Freienbach; parla correntemente tedesco e francese, due delle tre lingue della Svizzera.

Sintetizzando: David è più svizzero di Heidi.

Non c’è da stupirsi, quindi, che David abbia fatto domanda di naturalizzazione al comune di Freienbach, cittadina in cui vive e nella comunità della quale è molto ben integrato. Lui e suo figlio, nato e vissuto sempre e solo in Svizzera, si sentono svizzeri. Risulta del tutto legittimo, dunque, che David abbia il desiderio di concretizzare questo status con un passaporto svizzero.

Passaporto che, dopo un test scritto sulla storia e le regole del Paese, passato a pieni voti, gli è stato negato alla prova orale.

Quale macchia emersa nel colloquio avrà mai impedito all’apparentemente cittadino modello di ottenere la naturalizzazione? Qualche vecchia bega con la giustizia? Qualche manifestazione pubblica di vilipendio della bandiera crociata? No, molto peggio: l’aspirante svizzero non solo ignorava cosa fossero i capuns (piatto tradizionale della zona dei Grigioni), ma ha osato attribuire alla raclette origine Romanda anziché Vallese.

Decisamente troppo per le pur elastiche autorità esaminatrici, che hanno giustamente rifiutato la naturalizzazione, presentando al malcapitato un conto di 2.700 CHF (circa 2.500 euro) per le spese d’esame.

Viene da chiedersi quanti italiani, sottoposti ad un analogo rigido test su storia e tradizioni nazionali, potrebbero ottenere la naturalizzazione nel loro Paese d’origine. Pochi si suppone, ma d’altro canto ancora meno sarebbero disposti a pagare 2.500 euro per essere sottoposti ad un simile esame.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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