Il rugby non è soltanto la iridata manifestazione del 6 Nazioni con tutti i suoi sponsor e televisioni che ne danno risalto, nemmeno il mondiale, il Pro14 o la nostra Eccellenza. Molto spesso, e soprattutto in Italia, la parola rugby deve essere associata alle parole dedizione, sacrificio e impegno che, purtroppo, portano a risultati non sempre esaltanti, vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per obbiettive carenze tecniche.
Sembra una ovvietà ma la situazione è ben più marcata se guardiamo il rugby femminile che, al momento, si sta facendo portabandiera dei colori italiani nonostante tutte le problematiche che gli gravitano attorno.

Come ho saputo del crowdfundig organizzato dalle Puma Bisenzio ne ho immediatamente approfittato per una chiacchierata con il loro allenatore, Lorenzo Cirri. Una, forse lunga intervista, che però dà un punto di vista più tecnico sulla situazione del rugby femminile in Italia e nelle nostre zone.

La prima domanda è d’obbligo: perché hai scelto di allenare una squadra femminile?

Questa è una domanda che mi fanno spesso ed alla quale potrei rispondere in mille modi diversi. Lavoro con le ragazze ormai dall’anno 2000 e ci sono arrivato un po’ per caso. Al tempo giocavo a Sesto Fiorentino e fino all’anno precedente avevo allenato i ragazzi della U16, a causa di un infortunio dovetti saltare l’ultima parte della stagione e siccome stavo sempre comunque al campo mi affidarono un gruppetto di ragazze che volevano provare a giocare. Non avevo idea di cosa significasse insegnare rugby alle ragazze. Mi è piaciuta subito la loro determinazione, il loro volersi mettere alla prova in un ambiente quasi esclusivamente maschile e molto chiuso.
Ho sempre pensato che i giocatori di rugby non hanno genere e non hanno sesso, il buon rugby è buon rugby indipendentemente da chi lo gioca. Col tempo è diventata una sfida a me stesso, ho voluto imparare un rugby che si gioca con modelli diversi (abilità tattiche prima ancora che fisicità), trasmetterlo in modo totalmente nuovo ed imparare a comunicare con altre modalità, ma è anche una sfida a chi ancora oggi mi dice che dopo 18 anni sto perdendo tempo, o che il rugby non è un gioco da donne (e ce ne sono ancora troppi). Oppure semplicemente alleno le ragazze perché mi diverto.

I Puma Bisenzio vantano essere forse una delle poche squadre italiane con la squadra senior nel campionato serie A femminile ed un certo numero di squadre giovanili maschili. Ci descrivi brevemente la vostra realtà?

Gradualmente il numero delle squadre femminili a 15 sta crescendo, quest’anno per la prima volta abbiamo toccato quota 20, ma la strada è ancora lunghissima. I Puma Bisenzio sono una società molto giovane che ha accolto le ragazze dopo che il progetto femminile iniziato a Firenze due anni fa e passato per Prato l’anno scorso è naufragato per una serie di motivi economici e logistici. Al momento abbiamo circa 25 giocatrici senior tesserate ed il minirugby è in forte crescita, ci sono tutte le categorie maschili fino alla U16, mentre per le ragazze la risposta del territorio non è ancora così consistente. Abbiamo alcune U12, una giocatrice U14 ed una U16 che l’anno prossimo passerà nella senior e si sta già allenando con noi. L’obiettivo è quello di implementare i settori junior femminili, che sono di vitale importanza per questo progetto, collaborando anche con le società circostanti (e non sempre è semplicissimo). Stiamo lavorando nelle scuole che sono il canale primario di reclutamento. È un lavoro lungo e che richiede tempo, pazienza e risorse, ma dal quale non si può prescindere.

Primo anno, poi, in serie A, come sta andando questa stagione?

Posso dirti che al momento abbiamo centrato gli obiettivi minimi che ci eravamo posti, ovvero ottenere più di tre vittorie (siamo a quattro) e superare la soglia dei 15 punti (siamo a 18) e poi è arrivata la grande soddisfazione di avere una nostra giocatrice (Eddy Longaron) convocata in nazionale al raduno pre Sei Nazioni. Abbiamo ancora molto da fare, ci sono almeno altre tre partite sulle quali abbiamo posto il focus e che vorremmo provare a vincere per concludere la stagione più su dell’attuale 8° posto. Certo fino a questo momento non è stata una stagione semplicissima, abbiamo avuto quattro infortuni gravi che ci hanno costretto a rivedere in corso tutto l’assetto del gioco e della squadra, lasciandoci scoperti in qualche ruolo. Se poi aggiungi che molte delle giocatrici lavorano ed hanno famiglia (siamo totalmente amatoriali) capisci come la domenica non sia sempre stato semplicissimo mettere in campo una squadra equilibrata e competitiva.

Le Azzurre al settimo posto nel ranking mondiale, risultato mai raggiunto da una nazionale italiana, due vittorie nell’ultimo Sei Nazioni. Nuove atlete si sono fatte notare, finalmente non sentiamo parlare soltanto di Sara Barattin. In Italia il rugby è rosa?

Da tempo, come tu sai gestisco una pagina FB d’informazione sul rugby femminile (Ladies Rugby Club) e cerco di aumentare anche tra i media la conoscenza del mondo del rugby in rosa e delle sue atlete. Sara è un personaggio di riferimento, apprezzata in tutto il mondo ovale, ma ce ne sono altre che stanno crescendo, penso a Giada Franco autrice da debuttante di un ottimo Sei Nazioni o a Veronica Madia. In realtà alcune delle nostre azzurre sono molto popolari in Inghilterra o in Francia, penso a Manuela Furlan o Michela Sillari, che sono stelle internazionali. Certo in Italia è difficilissimo ricavare spazio sui media per le nostre giocatrici (ma in generale per tutto il rugby).
Il Sei Nazioni di quest’anno è stato un buon torneo, anche se credo ci sia un po’ di rammarico per la brutta partita persa in Irlanda. Le “girls in green” sono quelle che abbiamo nel mirino, ma per arrivarci sarà necessario qualche altro passo in avanti sia da parte della FIR che da parte di tutti noi addetti ai lavori, in campo e fuori. Il 7° posto nel ranking ci racconta che al momento dietro ad Inghilterra e Francia siamo la terza forza europea, direi che per le nostre risorse non è affatto male.
In Italia il rugby diventa rosa quando si parla della nazionale, lo è molto meno se parliamo di campionato o Coppa Italia. I numeri crescono costantemente, ma le strutture e gli investimenti per le ragazze, ancora poco o niente, salvo rare eccezioni.

Un parere sull’andamento delle franchigie e nazionali maschili, condividi il modus operandi di Conor O’Shea?

È innegabile che quest’anno le franchigie stiano lavorando meglio rispetto agli anni passati ed ottenendo anche qualche soddisfazione in più. Se sia merito dei tecnici stranieri più che dei giocatori non saprei dirlo. Se questo è un primo passo spero che si continui a camminare in questa direzione, perché gli altri corrono ed il gap potrebbe davvero diventare incolmabile.
Sulle nazionali maschili si sono già spesi fiumi di parole, il Sei Nazioni della U20 è stato più che buono ma sappiamo bene che il vero problema è il divario che si scava tra i nostri ragazzi e quelli delle altre Unions tra i 20 ed i 23 anni ed è li che bisogna lavorare per aumentare intensità e competenza nel riconoscere le situazioni di gioco in tempi limitatissimi.
Per la nazionale maggiore, credo che il ricambio in corso ci abbia portato qualcosa di buono: Negri, Licata, Polledri e Minozzi sono degli ottimi giocatori, certo la questione dei risultati è molto più ampia. Ho avuto la fortuna di partecipare a corsi di coaching nelle accademie di Ulster e Connacht e la cosa che mi ha colpito è la cura dei dettagli quasi a livello maniacale unita ad una programmazione che noi non siamo bravi nemmeno ad immaginare. Li programmano a doppio ciclo (8 anni) noi non abbiamo pazienza nemmeno per l’anno successivo e spesso c’è molta improvvisazione. A me piace O’Shea e la sua idea di cambiare il nostro modello di rugby, ma credo che avrà molta difficoltà a portare avanti i suoi progetti, strutturalmente il rugby italiano è vecchio e non c’è tutta questa voglia di guardare oltre al proprio orticello.

Tornando alle Puma: state chiedendo supporto tramite una raccolta di fondi. Perché questa decisione? Puoi dirci più precisamente di cosa avete bisogno?

Un campionato di Serie A femminile costa moltissimo. Ci sono due gironi di dieci squadre, centro-nord e centro-sud, noi siamo inseriti nel secondo, il che significa andare in trasferta a Napoli, L’Aquila, Torre del Greco. Sono trasferte lunghe e molto costose che talvolta richiedono di star fuori due giorni. Le trasferte si mangiano il 90% del nostro budget (circa 11.000 €) e le spese che avanzano sono difficili da coprire. Abbiamo giocatrici che vengono da tutta la Toscana: da Grosseto, da Arezzo, dalla Versilia, da Gambassi Terme, Prato, Firenze e Pistoia ed è complicato permettere alle ragazze di allenarsi con costanza senza poter dare loro almeno un rimborso minimo delle spese di viaggio.  In più serve il materiale tecnico, quest’anno oltre a pagare la quota le ragazze si sono dovute comprare tuta, t-shirt e borsa ed io ho rinunciato al mio rimborso. Per questo è nata l’idea del crowfunding, perché vogliamo permettere alle nostre ragazze di poter essere sul campo tutte le volte che c’è allenamento o di poter avere i giubboni per la panchina o un fisioterapista che ci segua in casa ed in trasferta che per il rugby è una cosa imprescindibile. Teniamo molto a questo progetto, e le ragazze si stanno impegnando tantissimo ma è chiaro che senza fondi è complicatissimo fare rugby.

Se un’atleta, o un’appassionata, volesse provare ad allenarsi con voi come deve fare?

Siamo felici di accogliere tutte coloro che vogliono provare a giocare o conoscere il rugby. Basta venirci a trovare al campo di Via delle Molina, a San Donnino, (Campi Bisenzio – FI), il martedì, mercoledì e venerdì alle ore 20.00. Per ogni informazione può contattarci sulla nostra pagina Facebook o scrivere a info@ipumabisenziorugby.it

Quale caratteristiche deve avere una ragazza che vuole avvicinarsi al rugby? L’aver fatto altri sport, come l’atletica ad esempio, può essere d’aiuto?

Il rugby è un gioco per tutte le fisicità e per cominciare basta pochissimo, una tuta vecchia, un paio di scarpe da ginnastica, un po’ di voglia di mettersi alla prova e tanta voglia di divertirsi, senza curarsi troppo di qualche ammaccatura. Certo avere un “curriculum sportivo” pregresso aiuta parecchio, spesso capita che arrivino ragazze alle quali prima bisogna insegnare a muoversi e poi trasmettere i fondamentali del rugby, ma si può fare anche senza, l’importante è avere voglia di provarci.

Materiale fotografico di Enrico Mari

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Alessandro Fantini

Fiorentino di terza generazione, divoratore di libri e fumetti, instancabile frequentatore di cinema e pub. Tifoso sfegatato di rugby, collezionista compulsivo, amante dei tatuaggi.
Poi ho anche dei lati positivi.