Difficile scrivere qualcosa su Mario Biondi senza cadere nei luoghi comuni. Trattandosi di un fenomeno anomalo, nel panorama musicale nostrano, è già stato detto e scritto praticamente tutto. Del resto di cantanti bianchi con la voce “black” ce ne sono pochi; italiani, poi, ce ne sono pochissimi; che siano riusciti a raggiungere il grosso pubblico, infine, c’è solo lui.

Il crooner catanese (bisognava cadere nei luoghi comuni, quindi meglio cominciare subito e consapevolmente) è salito sul palco del Teatro Verdi, particolarmente gremito, martedì 3 dicembre. L’occasione è stata la seconda parte del “Sun: il tour”, con il quale ha portato anche a Firenze il suo (pen)ultimo album, che ormai risale ad inizio 2013. Nel corso di questo fortunato (per lui) anno, tra le numerose date spesso sold out, con necessità di aggiunte dell’ultim’ora per soddisfare le richieste del pubblico, Mario Biondi (all’anagrafe Mario Ranno) ha anche trovato il tempo di registrare un altro album, questa volta di canzoni natalizie, ovviamente con quello stile che è un misto di soul, funky e jazz che rappresenta la chiave del suo successo.
L’esibizione fiorentina si è articolata in due parti, nelle quali Mario Biondi ha dispensato musica a piene mani, attingendo nella prima parte prevalentemente da “Sun” e nella seconda, comprensibilmente visto il periodo e la necessità promozionale, dalle “carole” natalizie dalla sua ultima fatica discografica (a suo tempo i recensori musicali adoravano quest’espressione, anche se ad ascoltare il risultato traspare più divertimento che fatica da parte dell’artista siciliano).
Anche chi ha avuto occasione di assistere ad uno dei numerosi concerti estivi in Italia o in Europa ha, quindi, avuto occasione di apprezzare la diversa setlist di questa seconda parte del “Sun – Il tour”, anche se il pubblico ha mostrato di gradire maggiormente i brani già noti, in particolare i suoi personali classici (come If o This is what you are).
Senza timori reverenziali ha affrontato omaggi (agli Earth Wind & Fire e ad Al Jarreau) e qualche divertita, anche se non del tutto riuscita, rilettura (Last christmas degli Wham).
Ancora una volta Mario Biondi si è esibito accompagnato sul palco dai “The Italian Jazz Players”, con i quali ha dimostrato affiatamento e sintonia: Lorenzo Tucci alla batteria, Claudio Filippini al pianoforte, Ciro Caravano alle tastiere e ai cori (memore dei suoi trascorsi con i Neri per caso), Marco Fadda alle percussioni, Tommaso Scannapieco al basso e al contrabbasso, Michele Bianchi alla chitarra, Daniele Scannapieco al sax e al flauto, Gianfranco Campagnoli alla tromba.
Volendo proprio cercare un motivo di critica si potrebbe dire che la musica di Mario Biondi è, forse, più adatta ad un sottofondo mentre si è in altre faccende affaccendati e che due ore di concerto, forse, mostrano in parte i limiti di una musica che, per quanto piacevole, di rado trova nella dimensione live la sua massima espressione. A questa sensazione contribuisce anche la presenza scenica di Mario Biondi, discreta non certo da animale del palcoscenico.
L’atmosfera, per la maggior parte delle due ore, è stata più simile a quella di un jazz club, che a quella di un teatro. Effetto chiaramente voluto, come dimostrano le luci accese molto spesso in sala e il dialogo di Mario Biondi con la platea. Effetto sicuramente acuito dalla mezz’ora di pausa tra le due parti del concerto, piacevolmente trascorse da parte di chi scrive ad insidiare la sosia di Cameron Diaz, sfortunata vicina di posto.
Sarà anche per queste motivazioni che artisti con una cifra stilistica ancora più internazionale di quella di Mario Biondi propendono per una messa in scena più colorata, ricca e rutilante (il pensiero, vista la coincidenza temporale, corre inevitabilmente agli Earth Wind & Fire e alla loro esibizione della scorsa estate a Lucca)
In definitiva, è stato un concerto piacevole, ben suonato, ben cantato e molto gradito al pubblico in sala.
Cosa chiedere di più? Una fine serata con la suddetta sosia di Cameron Diaz, certamente, ma per quello bisognerebbe non essere il sosia di Danny De Vito.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.