Shining di Stanley Kubrick non è solo un capolavoro di tecnica registica, di superba recitazione, di misteriosa, intrigante sceneggiatura. È molto di più. È un enigmatico groviglio di domande sulla vita prima e dopo la morte, su chi siamo, sulle nostre miserie e paure. È un salto in caduta libera nella psiche umana che, nell’inutile tentativo di aggrapparsi a quanto di più razionale c’è in noi, sprofonda in una lucida gelida follia.
Ma non solo. È anche una mirabile lezione sull’intimo rapporto che esiste tra lo spazio esterno e il nostro mondo interiore, su come la manipolazione di tutto ciò che ci circonda possa fortemente influenzare i nostri stati d’animo. Lo spazio agisce su di noi per superfici, per linee, per colori, per materiali, solo per dirne alcuni.
Doveva avere ben presente questo aspetto, Kubrick, se è vero che per creare le scenografie, come il più navigato degli architetti, faceva usuale ricorso alla consultazione di riviste di architettura. Studiava il set in ogni dettaglio, piegandolo ai suoi voleri, piegando noi altri spettatori.

Per capitoli, come nel film:

La geometria
Ogni inquadratura, così come l’ambiente che ritrae, è ossessivamente improntata ad una rigorosa simmetria. Una maglia entro cui si deve svolgere la nostra vita, scandita razionalmente da regole etiche. Ma anche, a guardar bene, una sovrastruttura geometrica e asettica come una stanza di un manicomio. Il risultato è una sensazione di cartesiano soffocamento.
Come nei motivi della moquette dei corridoi, geometriche trame che accavallano la vista. Da una parte definiscono lo spazio, dall’altra ti disorientano.

Le dimensioni
Dall’isolato sprofondare dell’Overlook Hotel negli sconfinati spazi montani, all’immensa sala dove il protagonista perde gradualmente la testa. Posti dove ci si smarrisce, intrisi della fredda solitudine di chi ha paura di non trovare più la via di casa, come Hansel e Gretel persi nel bosco di notte. Il vuoto rimbomba sotto i colpi di una palla da baseball e delle ruote di un triciclo. Tappeto-pavimento, silenzio-rumore, morbido-duro, ragione e follia. L’ordine degli oggetti disposti nella sala è corrotto da questo ping-pong di sensazioni fino a esondare incontrollato nei corridoi dell’albergo. Dritti, non si può sbagliare. Eppure, uno dopo l’altro, conducono a smarrirsi per davvero. Diventano labirinti scanditi ritmicamente dalle stanze alcune delle quali, come anfratti della coscienza, non vorremmo mai aprire.

I colori
Ogni ambiente ha i suoi colori, mai confusi tra di loro. Pochi e sempre gli stessi, in varie spente tonalità. Negli spazi comuni rosso, marrone, bianco. Perché l’Hotel deve affogare nel rosso, come gli istinti del protagonista e le paure dello spettatore.

La luce
Sempre utilizzata per enfatizzare le alterate espressioni dei volti e sottolineare la ferrea geometria degli ambienti. All’opposto dell’horror classico, i luoghi e i momenti di follia sono drammaticamente luminosi. La follia si vede chiaramente, ma non si capisce. Ed è questo che spaventa.

Potremmo continuare fino a scandagliare il minimo particolare del set. Ovviamente, se lo avete visto. Perché, se non lo avete visto, guardatelo. E se arriverete alla fine senza esservi cagati sotto, capirete. Ma anche se fosse, sarebbe una cagata che varrebbe da sola molto più di alcune pompose lectio magistralis o di alcuni blasonati edifici da archistar.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.