Roger Federer ha appena vinto il suo ottavo Wimbledon. Diciannove Slam in 29 finali, 42 semifinali, 315 partite vinte, 93 titoli in 141 finali. Numeri impressionanti. I migliori numeri del mondo. I migliori numeri di sempre nel tennis. Ma sono niente – numeri, appunto – di fronte allo stupore, sì, stupore, che si prova vedendolo giocare.
Roger Federer  è un marziano.
La tv non rende neanche minimamente l’idea di cosa lui riesce a fare sul campo da tennis. La tv nasconde la velocità pazzesca a cui viaggiano oggi certi colpi, certe palle.
E lui che fa, magari in arretramento o correndo da una parte all’altra del campo o in avanti a tirar su la palla dalle suole delle sue scarpe? Lo addomestica il colpo dell’avversario, lo neutralizza, gli toglie peso e velocità e lo indirizza dove vuole: angoli impossibili e stretti, strettissimi, smorzate a tornare indietro nel bel mezzo di scambi da bombardieri, passanti di rovescio di puro polso (ma come fa a non rompersi, quel polso?).
E la sua postura, il suo muoversi in campo?
Mai sguaiato, sempre stilisticamente perfetto, un ballerino più che un atleta.
Prendete il bulletto spagnolo invece, Nadal. Bravo, bravissimo. Un pugile con la racchetta: picchia, suda, si danna l’anima, sbuffa, urla. Vince, anche. Vince molto, certo, e vincerà ancora, perché no. Ma non c’entra nulla, nulla, assolutamente nulla con Federer. Giocano due giochi diversi.
Federer ogni volta che scende in campo cambia il gioco, ne ribalta la logica inevitabile che esige sempre maggiore violenza, maggiori muscoli, maggiore esplosività; ed oppone, con magici gesti a togliere, leggerezza, stile, idee, visioni solo sue.
Paradossalmente Roger Federer, l’apice qualitativo mai raggiunto da questo sport, ne è anche il pericolo maggiore. Perché vi si oppone. Si oppone al suo destino, ai naturali sviluppi del gioco, lo trasforma e ci fa pensare che il tennis sia quello che gioca lui, e non quello di tutti gli altri. E come una droga, ne vorremmo sempre di più, del suo tennis.
Un unicum, probabilmente impossibile da ripetere, Federer. Un extra terrestre per caso caduto sulla terra, che ci ha tanto sbalorditi – come Maradona, come Alì –  da far apparire quelli prima di lui, e soprattutto quelli dopo di lui, normali, troppo normali, o semplicemente un’altra cosa, banale e meno accettabile. E quel giochino lì, il tennis, non più lo stesso.
E allora, quando lui smetterà, che ci succederà? Noi, che abbiamo visto giocare Roger Federer, avremo ancora voglia di vedere giocare gli altri?

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Bruno Confortini

Avrei voluto essere Einstein o Maradona (soprattutto Maradona), ma non è andata così. Giornalista pubblicista, scrittore di storia locale, biografie sportive, racconti, poesie e haiku, vivo in Mugello, lavoro a Firenze.

Scheda bibliografica

Libri di storia:

Ha curato(con Francesco Nocentini) la ristampa di “Comunista non professionale”,Comune di Firenze, 2005; “Da San Frediano a Mauthausen” ,Comune di Firenze, 2007; Ha collaborato al volume di AAVV “Monte Giovi. Se son rose fioriranno”, Polistampa, 2012.

Libri di sport:

“Club Ciclo Appenninico 1907. Il lungo diario di una secolare storia sportiva”, Tip. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2007 (in collaborazione con Aldo Giovannini); “Grande Vigna! Sandro Vignini, il ragazzo e il calciatore”, Pugliese Editore, Firenze, 2009; “L’angelo biondo di Vicchio. Guido Boni, una storia degli anni ’50”, Geo Edizioni, Empoli, 2014; “Scommetto di no” (raccolta di racconti) Meligrana Editore, 2016; “ Mugello e Val di Sieve in rosa”, Geo Edizioni, Empoli, 2017.

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