Ha suscitato scalpore la notizia che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha al proprio interno tre quarti dei computer che utilizzano versioni obsolete di Windows (prevalentemente 95 e 98; ottime annate secondo i cyber-sommelier). Stupiti e indignati commentatori stigmatizzano il fatto che tali vetusti sistemi operativi siano addirittura installati su macchine con ruoli strategici (mission critical, come dicono a Milano).

Il marito della casalinga di Voghera, per poter andare su youtube, per condividere la foto del suo McChicken su Instagram o per far sapere su Facebook a tutti i suoi “amici” come sta bene in vacanza, ha dovuto aggiornare più volte il sistema operativo del proprio computer, versando l’obolo all’azienda di Redmond, mentre gli americani che gestiscono il maggior arsenale al mondo, in grado di polverizzare il globo, hanno il “bottone rosso” che attiva procedure che girano su PC con Windows 95?

Alcuni interpretano il fatto come un “inciucio”. La Microsoft e il Pentagono sono conniventi; di più, diffondono cyberminacce per giustificare inutili upgrade.

Mentre il marito della casalinga di Voghera, fervente sostenitore delle teorie complottiste, si lambicca sulla questione, comincia il suo reality preferito e il pensiero svanisce con la stessa rapidità degli effluvi di qualche goccia di Chanel n. 5 in una discarica abusiva.

Chi non guarda i reality, però, può cercare spiegazioni alternative. Scoprirebbe, così, che le attività critiche, in ogni ambito, sono spesso gestite da macchine dedicate, che, svolgendo una singola mansione specifica, spesso non hanno necessità di essere aggiornate. Un eventuale aggiornamento, anzi, comporterebbe rischi inutili di malfunzionamento. Nella maggior parte dei casi, come al Pentagono, si tratta di macchine che non hanno connessione con l’esterno, quindi non vulnerabili.

Addentrandosi ulteriormente nella materia, si scoprirebbe che situazioni di “obsolecenza apparente” si verificano anche in altri settori. In ambito bancario, ad esempio, alcune delle applicazioni più critiche sono scritte in un linguaggio di programmazione nato circa sessant’anni fa e tutt’ora vengono mantenute aggiornate utilizzando lo stesso linguaggio, che per il “mondo esterno” è morto e sepolto.

L’informatica è sinonimo di evoluzione, ma non sempre e non obbligatoriamente

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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