di Paolo Serena

“Ultimo in porta!”
Terreno sabbioso e porte improvvisate, nuvole di terra e palloni oltre la strada.
Le partite al giardino erano la culla di piccoli Zeman: tra quelle linee immaginarie del fuori ed i giubbotti come palo, c’erano tanti aspiranti bomber. Ed una desolante penuria di stopper.
Il portiere? Un ingrato compito per chi non poteva esprimere le sue basse qualità tecniche. La conta per decidere chi piazzare a presidio della porta; mentre gli altri correvano e si divertivano, e te lì, lontano da tutto e da tutti. O al massimo a ricevere pallonate in faccia.
Speravi solo non arrivasse mai quel momento. Ma non in quel giugno del 1998.
Quel giugno del ’98 non esisteva la conta per decidere, sperando di essere l’ultimo a sporcarsi i pantaloni per parare. La speranza c’era, ma era quella che ti faceva sognare di stare tra i pali, almeno per un po’. Perché potevi dire di essere Chilavert, uscivi come un pazzo e potevi battere punizioni e rigori.
Finte alla J.J. Okocha, palloni sotto le suole delle scarpe e doppi passi alla Ronaldo: niente, però, aveva lo stesso fascino di quel portiere rasato e cattivo, con quella fascia di capitano sul braccio e quell’insanabile voglia di calciare in porta. Per noi, che avevamo vissuto solo un gol di Rampulla, era la nuova era dei portieri. Niente di paragonabile con Francesco Toldo, ricordi troppo sbiaditi di quel ricciolone di nome Higuita, che parava di tacco e che impostava la manovra a centrocampo.
Ricordi indelebili, invece, di quel 28 giugno del 1998. Impressi nella memoria, come la caduta degli dei. Come un Dio che sembra cadere, ma che, invece, ha ancora la forza di imprimere il suo insegnamento, durante il volo.
Era un caldo asfissiante quel 28 giugno 1998. Tutti noi speravamo solo una cosa: che il Paraguay sconfiggesse la Francia padrona di casa, in quegli ottavi di finale. E non solo perché volevamo un avversario più abbordabile, dei Galletti in maglia blu, ai quarti di finale per l’Italia. Ma sognavamo davvero un Paraguay ancora più avanti: magari con il rigore decisivo del nostro nuovo idolo. Perché potevamo continuare a sperare che, in quelle partite parallele al giardino, il turno in porta non fosse più quel momento di noia ed ansia. Ma minuti di pura elettricità, senza uno schema preconfezionato.
Ventilatori puntati addosso e bevande ghiacciate: sul divano un religioso silenzio accompagnò quella straordinaria partita. Straordinaria come quella difesa paraguaiana ad oltranza, mentre i tentativi avversari erano troppo maldestri per impensierire Chilavert. Tutto sembrava avere caldo: quel divano appiccicoso, l’asfalto che friggeva, il ghiaccio che si scioglieva a tempo di record nei nostri bicchieri.
Sette minuti dalla fine sei supplementari. Solo sette, maledettissimi minuti, ci separarono da un momento che avevamo sperato per tutto quel giugno 1998: Chilavert che calcia il rigore decisivo. Il tuffo di Blanc gelò il nostro sangue, come se quel divano non fosse pregno del nostro sudore, come se una lastra di ghiaccio ricoprisse la strada.
Erano appena usciti dal Mondiale, e l’avevano fatto a testa altissima. Lui era lì: avrebbe tanto voluto bagnare i suoi guantoni di tristezza, ma non poteva. Aveva quella fascia sul braccio e doveva avere spalle abbastanza larghe per consolare i suoi compagni. Non c’era tempo per sé: prima c’era una squadra. Era il capitano. Sollevò ad uno ad uno i suoi compagni, tramortiti, distrutti nell’animo. Accasciati dopo una battaglia che li avrebbe potuti confinare nell’Epica. Ma per loro non c’era spazio nell’albo d’oro. Non era tempo di lacrime di gioia.
A volte ripenso a quel 28 giugno del 1998, come il momento di sport più significativo della mia vita: perché certe volte si può essere dei vincenti, anche nel momento della sconfitta.

***

Chilavert, portiere di ruolo con il vizio del gol: leggendario il suo sinistro, con cui batteva rigori e punizioni. Pallone d’oro del Sud America nel ’96, odiatissimo in Argentina dalle tifoserie rivali del suo Velez, nel ’99 si rifiutò di giocare la Coppa America in Paraguay: “Non posso partecipare ad un torneo organizzato da chi ha voluto versare sangue sul mio popolo!” A capo del Comitato organizzatore della manifestazione era infatti Oviedo, accusato di aver tentato un colpo di stato nel ’96.
Ai mondiali di Francia del ’98 Chilavert portò il suo Paraguay allo storico traguardo degli ottavi di finale: venne eliminato dai padroni i casa per un golden gol di Blanc al 113′.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)