di Paolo Serena

Mi chiamo Marco e vengo dalla Bolivia. Ho capelli ricci, lunghi, che mi calano sulle spalle. Sulla schiena ho quell’inconfondibile numero del campione, di quello che incanta e fa segnare, scarta e fa sognare. Coriandoli nel cielo, pubblico in delirio, lo stadio che impazza.
Sulla schiena ho quell’inconfondibile numero dieci. El Diez. Perché col mio sinistro disegno parabole immortali, pallonetti perfetti, tunnel che annichiliscono e che fanno girare la testa. Il pubblico impazza, l’avversario impazzisce.
Mi chiamo Marco, ma sono conosciuto come El Diablo, Il Diavolo. Sulla schiena hanno stampato il mio cognome: Etcheverry.
Marco El Diablo Etcheverry: in Bolivia, nel mio paese, sono più di un idolo. Sono colui che può, che ha fatto, che ha trascinato la nazionale ad uno storico mondiale; il mondiale nella terra del basket, del baseball, dei nomi sulle maglie e degli hot dog a fine prime tempo. Del ketchup abbondante e delle partite a mezzogiorno.
Calcio con lo stesso piede di Maradona, Raul e Branco. Ma la mia storia è più avvincente e incredibile di quella del più grande calciatore di tutti i tempi, dell’uomo che ha fatto la storia del Real Madrid e del terzino che calciava le punizioni più potenti al mondo.
Era il 1994 e il Mister aveva deciso di tenermi in panchina. Non era un posto qualsiasi e non era una partita qualsiasi. Erano gli Stati Uniti ed era la nuova frontiera del calcio: era la partita di inaugurazione di Usa ’94. Di fronte non c’era un avversario qualsiasi: c’era la Germania campione del mondo in carica.
Sembrava facile aspettarsi una nostra sconfitta. La piccola Bolivia annientata dai panzer tedeschi. Sarà stato il caldo, sarà stato quell’orario da fuori di testa, con il calcio d’inizio mentre la gente si ingolfava di McNuggets per pranzo; sarà stato per tutti questi motivi. Fatto sta che loro, i tedeschi, quelli che ci dovevano umiliare, non ci avevano capito niente. Berti Vogts era lì, impietrito, sotto il caldo o per le sue convinzioni, mentre non riusciva a capire come mai noi, i boliviani, che dovevamo essere lì solo per l’altura di La Paz, perché durante le qualificazioni nessuno sapeva respirare ossigeno come noi ai tremila metri di la Paz, noi, insomma, ce la cavavamo bene anche in quell’inferno di Chicago. Non eravamo i Bulls, ma non eravamo nemmeno bovini da macello.
In più la carta migliore di quelli in maglia verde, di quelli che dovevano essere lì, quasi per caso, l’asso boliviano nella manica era ancora in panchina: pronto a risolvere la sfida. Ero io: il Diablo Etcheverry.
Il Mister che mi chiede di scaldarmi, la lavagnetta che segna il mio numero; mi controllano i tacchetti e bacio la mia catenina. Quell’erba è davvero così verde: ci entro dentro ed è un boato dagli spalti.
Non ero inferiore a nessuno, il mio Paese non era inferiore a nessuno: nemmeno ai campioni del mondo. L’avevamo dimostrato sul campo.
Non ero da meno di quel fottuto presuntuoso di Lothar Matthaus. Uno spocchioso crucco mangiawurstel. E l’ho semplicemente spinto: tarjeta roja avrebbero detto, da dentro quei televisori a colori di La Paz. Cinque minuti giocati ed un pallone toccato: questi sono stati i miei mondiali.
Avevo capelli ricci fino alle spalle ed un sinistro da fare invidia a Branco. Ho baciato la mia catenina ed ho bagnato di lacrime la mia maglietta. Mi hanno accompagnato fuori ed ho salutato il mondiale.
Tre giornate di squalifica per una spinta: che il popolo boliviano possa perdonarmi. E che io possa perdonare te, dannato d’un tedesco.

***

71 presenze e 13 gol con la maglia della nazionale boliviana, Etcheverry è stato uno dei giocatori più rappresentativi a vestire la maglia del proprio paese.
Dopo aver cominciato la propria carriera in patria, nel Club Bolivar, ha provato l’avventura europea, in Spagna, nell’Albacete: qui, però, dopo un anno condito da due gol in quindici partite, fu giudicato dai critici inadatto al calcio del Vecchio Continente. Dal ’96 al 2003 ha vestito quindi la maglia del DC United, venendo considerato uno dei giocatori più talentuosi mai apparsi nella Major League, il campionato americano.
Ai mondiali del ’94, atteso come una delle possibili rivelazioni della manifestazione, fu espulso alla partita inaugurale del torneo, dopo cinque minuti dal suo ingresso in campo: squalificato per tre giornate, non ha più giocato la Coppa del Mondo.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)