di Giovanni Grossi

Ogni quattro anni vengono a trovarmi a casa degli amici. Succede così da vent’anni. Sono quelli che i miei figli chiamano gli amici della televisione. I miei figli sono molto contenti quando in casa ci sono gli amici della televisione, perchè quel giorno la mamma gli consente di non andare a scuola e di poter giocare a pallone in casa. Già dalla settimana precedente si vestono solo con la maglia gialla ed i calzoncini blu della nostra nazionale di calcio: la Colombia. Anch’io quel giorno indosso la maglia della nazionale, la mia maglia della nazionale, la maglia numero 2, quella della partita contro gli Stati Uniti del mondiale del 1994.
“Dai babbo gioca con noi!”. Io non mi faccio pregare. Si gioca tra la porta del salotto e quella della cucina, in mezzo a cavi, luci e cavalletti. “Dai babbo facci vedere come facesti quell’autogol”.  Ci provano ogni volta quei mattacchioni, perchè è l’unico modo per farmi gol, ma io non ci casco, perchè mi piace giocare a calcio, ma mi piace ancora di più se vinco. Anche quando gioco con i miei figli. E, naturalmente, vinco sempre.  Nel frattempo mia moglie, che ci guarda e ride, offre da bere agli amici della televisione, parla del tempo che passa, dei bimbi che crescono, di come io continui a rimanere un eterno bambino e di quanto mi manca il gioco del calcio. Io, dalla porta del salotto, gli grido di smetterla, che c’è un tempo per tutto e che ormai il mio l’ho fatto.  Poi io e la mia famiglia ci mettiamo sul divano. Mia moglie si siede accanto ai suoi tre ometti vestiti con la maglia giallo-blu della nazionale, e comincia l’intervista.
“Quando sono in campo, soprattutto quando gioco con la maglia della nazionale, io lo sento addosso il calore dei tifosi. Una partita di calcio è tante cose diverse. É un grumo di passioni, di forza, di energie. I tifosi non sono pubblico pagante. Partecipano. Sono popolo in campo insieme ai giocatori ed i giocatori non sono solo giocatori, sono rappresentanti di quel popolo.  Anche quest’anno mi metterò davanti alla televisione gridando insieme a tutto il mio paese, Forza Colombia! Però alla fine tutti si torna a casa, felici o scontenti, perchè una partita di calcio rimane solo una partita di calcio”.
A questo, come accade ogni volta, il giornalista mi chiede della partita di quel giorno di vent’anni fa, il 22 giugno 1994, quando la Colombia per passare il turno avrebbe dovuto battere i padroni di casa di quel mondiale, gli Stati Uniti. Io di quella partita ricordo tutto, nei minimi particolari.
“Al 35° minuto del primo tempo colpisco un pallone che sembra innocuo, ma che, poi, scivola dritto dritto dentro la mia porta. É autogol. Un autogol clamoroso. Io, i miei compagni di squadra, i nostri tifosi rimaniamo ammutoliti. Mi rialzo dopo alcuni minuti , ma il corpo è come se fosse rimasto a terra”.
Ogni volta che ricordo questo episodio c’è sempre intorno a me un silenzio irreale. Poi guardo la mia famiglia, sorrido e continuo il racconto. “Al ritorno, per le strade della mia città,  qualcuno gridava che ero un traditore.  Qualcun altro invece mi dava una pacca sulla spalla per rincuorarmi. Succede così ancora oggi. E prima di ogni mondiale ancora più spesso. Queste reazioni le accetto. Fanno parte del gioco. Di quel grumo di passioni, di forze, di energie che smuove una partita di calcio”.
Purtroppo però non è andata solo così. La mia storia ha avuto un finale diverso. Perchè qualcuno non si è limitato a sfottermi, ma mi ha sparato. Era la sera del 2 luglio e stavo uscendo da un ristorante con la mia ragazza. Io sono morto quella sera. “Grazie per l’autogol” mi ha gridato il mio assassino, mentre sparava sei colpi di mitraglietta. Per qualcuno quella partita non era solo una partita di calcio. E non mi resta che immaginare, dal posto dove sono, quante partite infinite avrei potuto giocare con i miei figli e dopo quante avrebbero cominciato a vincere. E tutto questo, naturalmente, mentre la mia bellissima moglie ci guarda e ride, magari con accanto a sè un altro bimbo, che ha fretta di entrare in campo.

***

Andrés Escobar Saldarriaga era detto El Caballero del Futbol, ovvero “Il cavaliere del calcio”, per la sua sportività e la sua correttezza in campo.
Difensore della nazionale colombiana dei primi anni ’90, fu ucciso al rientro in patria dopo aver causato l’autorete che, di fatto, fece eliminare la sua nazionale dai mondiali di Usa ’94. Era la Colombia di Valderrama, Higuita e Asprilla, che, durante le qualificazioni, aveva umiliato l’Argentina 5-0 fuori casa: Johan Crujiff l’aveva pronosticata come finalista di quei mondiali.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)