Sono trascorsi trent’anni dal concerto dei Marillion al Palasport di Scandicci del 23 ottobre 1985, unica incursione toscana della band inglese con la formazione del primo periodo, quella con Fish alla voce.

I Marillion portavano in tour in Italia il loro “Misplaced childhood”, a pochi mesi di distanza sia dall’uscita del disco che dal loro precedente (nonché primo) tour in Italia.

La ricorrenza è un’ottima scusa per rendere merito a questo album, che ha un valore notevole sia per il gruppo che per la storia della musica.

Il valore artistico è, ovviamente, opinabile; il valore storico è, invece, oggettivo.

I Marillion, dopo due album molto apprezzati da una ristretta cerchia di ascoltatori, si trovavano allo “spartiacque” del terzo album. Quello fatidico del o-la-va-o-la-spacca. I due album precedenti erano stati molto apprezzati da un pubblico di nicchia; ma di fatto li avevano relegati al ruolo di band di culto, che andava loro decisamente stretto. La casa discografica stava valutando se era il caso di lasciarli perdere o se invece era meglio investirci ancora.

In un’epoca, metà anni ottanta, in cui i tempi del rock sinfonico erano ormai lontani, contro ogni logica di mercato pubblicarono un concept album, che superava i limiti dei primi due album e definiva in maniera precisa il loro stile. Non solo il loro stile, ma quello che era di fatto un nuovo genere musicale: il new progressive, ovvero l’evoluzione (o involuzione, secondo i detrattori) di quel rock sinfonico, il progressive appunto, che negli anni settanta era nato e cresciuto grazie a gruppi come Genesis, Yes, King Crimson e Gentle Giant, solo per citarne alcuni. Altri gruppi new prog come Haze, Pendragon, Pallas, IQ, solo per ricordare i più noti, cavalcarono l’onda del successo dei Marillion, rendendo felici orde di fan che, per ragioni anagrafiche, non avevano potuto vivere “in diretta” l’epoca d’oro del prog.

Grazie anche al successo del singolo “Keyleigh”, che (ri)portò il rock sinfonico nelle radio e alla televisione, i Marillion finalmente raggiunsero il grande pubblico. Di fatto “Misplaced childhood” fu la loro consacrazione planetaria. Le critiche sollevate dai primi due album, di essere pallide fotocopie dei Genesis di Gabriel, si stemperarono di fronte all’evidenza di un’evoluzione che allontanava i Marillion sempre più dalle origini e li ergeva a paladini di un nuovo genere musicale.

La fase di crescita, quella con l’istrionico cantante scozzese, era però vicino alla fine. Ancora un album e poi i Marillion avrebbero cambiato formazione, con Steve Hogart, vocalmente migliore, ma con una presenza scenica non comparabile, che avrebbe preso il posto di Fish.

A Scandicci tremila spettatori ebbero la fortuna di vedere la band esibirsi in piena forma. Anni di gavetta avevano permesso al gruppo di “rodarsi” per bene, raggiungendo un assetto scenico molto equilibrato, mettendo a punto una scaletta che comprendeva l’intero “Misplaced childhood” e alcuni dei brani più apprezzati dal pubblico dei dischi precedenti. Il risultato fu un concerto molto riuscito, molto “suonato” e con un Fish in grado di calamitare il pubblico dando il meglio di sé.

A trent’anni di distanza i Marillion hanno cambiato genere (in termini diplomatici si dovrebbe dire che si sono evoluti), mentre Fish ha perso buona parte del suo smalto.

Chi ha avuto la fortuna di vederli all’epoca sa che non è una fortuna da poco, chi non ha avuto tale fortuna deve accontentarsi di guardare le poche testimonianze filmate e di ascoltare i numerosi bootleg dell’epoca.

Misplaced-childhood
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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.