di Niccolò Arcangeli

“Vedi José, un uomo per essere immortale ed entrare nella storia, deve fare qualcosa di speciale. Qualcosa degno di essere ricordato”. Così diceva nonno Alberto, seduto in poltrona mentre fumava la pipa, nel salotto di casa sua a Montevideo. E lui, José, non si era mai scordato di quelle parole. Era bravo a giocare a pallone il ragazzo. Si distingueva dai suoi coetanei per una grinta fuori dal comune, nonostante la tecnica poco sopraffina e la statura di soli 1m e 62cm.
Quando esordì con la maglia della Nazionale uruguagia, nel 1984, fu festa in casa Batista. Si festeggiò per tre giorni e tre notti. Il nonno, come al solito, stava seduto in poltrona e fumava la pipa. Poi si alzò, si avvicino a José e gli disse: “Bravo José, non avrei mai pensato che tu potessi diventare un giocatore professionista ed esordire addirittura in Nazionale. Sono sorpreso davvero. Ma lo sai quanti calciatori ci sono nel mondo? Tanti.” Fece una pausa, aspirando la pipa. “E lo sai quanti di loro sono entrati nella storia? Pochi. Pochissimi.” Altra pausa. “Vedi caro José, i giocatori ricordati dalla gente sono solo i grandi campioni, come Eusebio e Pelè! Loro rimangono impressi nella mente della gente, perché i loro goals, le loro giocate, il loro talenti trasmettono emozioni. I giocatori normali invece, finiscono presto dimenticati”. José lo guardò con sguardo interrogativo.  “Quello che ti voglio dire ragazzo mio è che non ti devi sentire appagato da questo obiettivo raggiunto. Deve essere solo il primo gradino di una scala che ti porterà nella storia. Capisci quello che ti voglio dire?” José annuì. Si guardarono negli occhi e si abbracciarono.
Messico ’86, il suo primo Mondiale. Un’atmosfera irreale, incredibile. Diecimila tifosi venuti là dall’Uruguay, stipati nel piccolo Estadio Neza. Cori, striscioni, grida. Delirio. L’avversario è la lontana e fredda Scozia. Una terra di grande tradizioni ma calcisticamente parlando poca cosa. Non come l’Uruguay. José è là, in campo, titolare. Canta l’inno del suo paese, orgoglioso di vestire quella maglia. Emozionato, nervoso. Sa che tutti a Montevideo sono davanti alla tv in quel momento. Sua mamma, suo babbo, i suoi fratelli e soprattutto suo nonno.
Fischio d’inizio, partiti. La Scozia è in possesso della palla. Ci sono alcuni passaggi stretti, due lanci. Poi, rimessa laterale per la Scozia. Battuta. La palla arriva sui piedi di Gordon Strachan, la stella della squadra. Un bel ragazzo biondo, con una gran tecnica e centinaia di fan scatenate sugli spalti, prosperose, super sexy e pronte a fare qualsiasi cosa per lui. José è a pochi metri da lui e pensa. Pensa che per strada non lo riconosce quasi mai nessuno, se non nel suo quartiere di Montevideo. Pensa che i goals segnati in carriera si potrebbero contare sulle dita di una mano, e nessuno di questi è stato decisivo. Pensa che i giornalisti non lo chiamano mai per un’intervista e che la sua fidanzata gli ha chiesto una pausa di riflessione poco prima di partire per il ritiro. Lo sconforto sale. Diventa rabbia. Perché lui sì ed io no? La palla arriva tra i piedi dell’angelo biondo. Quelle gambe lunghe, bianche. Le sue, tozze e scure. Non è giusto. Tutto questo proprio non è giusto. Guarda la palla e vede la faccia del nonno. “José sei solo una comparsa, un giocatore mediocre. Un uomo mediocre”. Questo gli dice la nonno-palla. Non è vero, bugiarda! José lancia un grido. I compagni lo guardano perplessi, quasi impauriti. Vedono il loro compagno furioso scattare e lanciarsi in una scivolata killer sulle caviglie del povero Gordon. Track! L’arbitro è più sorpreso di loro. Fischia. Fischia a pieni polmoni e non ha dubbi. Tira fuori il cartellino rosso. Gli dispiace rovinare così una partita, ma non può fare altrimenti. Espulso. Fuori. José torna in sé e vede lo scozzese rantolante a terra. Ci sono timide proteste. Vorrebbe dire che non è stato lui, che è tutta colpa della nonno-palla. Ma lascia stare. Rischierebbe soltanto di essere deriso e di finire per mesi sul lettino di uno psichiatra. Esce senza dire una parola, dritto negli spogliatoi. La partita finisce 0-0.
La sera, in hotel, riceve una telefonata. È il nonno. “Ciao José”. Ciao nonno. “ti chiamo solo per dirti che sei stato espulso dopo 56 secondi di gioco. Un record. Nessuno mai ci era riuscito. Roba da guinness dei primati ragazzo mio. Sei ufficialmente entrato nella storia del calcio”.
Finalmente! Missione compiuta.

***

José Alberto Batista González, difensore della nazionale uruguagia, è ricordato per essere stato il primo ed unico giocatore, nella storia di un campionato mondiale di calcio, ad essere espulso a meno di un minuto dal fischio di inizio: successe a Messico ’86, nella sfida del girone eliminatorio tra Uruguay e Scozia.
Oggi, per mantenere fede alle sue tradizioni, gestisce un ristorante a Buenos Aires chiamato “Fallaccio”.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)