di Andreas Lotti

Tøf! Ting! Tøf! Ting! Tøf! Ting! Tøf! Ting!
Oltre alla Tuborg, il pallone, le donne, i tatuaggi e le sigarette c’è un’altra cosa che ho sempre amato: il mio cognome. Sembra un fottuto urlo di battaglia. Ogni maledetta notte, sogno un’enorme nave da guerra vichinga in mezzo al nulla dell’Oceano, dove a bordo tutti i soldati remano al ritmo infernale di: Tøf! Ting! Tøf! Ting! Tøf! Ting! Tøf! Ting!
Sì, proprio come cantavano i tifosi dell’Aahrus, la mia squadra danese del cuore, quella dove ho giocato di più in assoluto nella mia carriera. Durante le partite in casa, il primo coro della Curva, quello che apriva le danze del match, era sempre quello dedicato a me. A quel punto, mi caricavo sulle spalle migliaia di persone ed iniziava la furiosa caccia al pallone sul campo, spinto da quelle urla. Spinto dal mio nome. Palla o piede, non importava. Tibia o perone, non importava. Non si deve mai lasciare niente d’intentato in una partita di calcio, come nella vita. È per questo che i tifosi mi amano e mi chiamano “Lawn-mower”, il Tosaerba. No regrets: niente rimpianti. Me lo sono anche tatuato sul petto.
Le partite sono battaglie. La mia vita l’ho vissuta così. C’è chi dice che io sia incazzato col mondo a causa delle disgrazie che mi sono accadute nella vita. Stronzate. Certo: quando ti muoiono i genitori ed un figlio, la rabbia in corpo brucia, vorresti uccidere il mondo intero con una calcio nei denti. Ma io sono sempre stato così fin da quando mi ricordi. A scuola, picchiavo compagni e professori. Mi hanno rinchiuso in gattabuia un paio di volte e, forse, non è finita qui. Ho sfasciato locali, malmenato camerieri, preso per il collo poliziotti. No, non riesco proprio a stare lontano dai guai.
C’è chi prega prima di entrare in campo. Non li capirò mai. A me, invece, prima del fischio d’inizio, viene sempre in mente la famosa battuta del film Apocalypse Now sul napalm: “Amo il rumore dei ginocchi che si spezzano, al mattino”. Una mia personalissima licenza poetica. È diventata anche uno slogan elettorale.
Sì, perché una volta mi sono anche candidato a sindaco di Horning, la mia città. Il sindaco uscente mi negò la licenza per aprire un locale, il Tøfting Café, solo perché faccio parte degli Hell’s Angels di Aahrus. Che saranno mai un paio di scorribande in moto, due o tre risse e qualche negozio rapinato? Non mi sembrava giusto non poter fare l’imprenditore per questo motivo ipocrita.
Perciò ho pensato: se fossi io il sindaco, la licenza me la darei, cazzo. E allora: mi candidai, ad ogni mio comizio in piazza accorrevano centinaia di persone. Dopo poche settimane, i sondaggi mi davano stravincente. A quel punto, mi ritirai dalla corsa e lasciai che vincesse uno dei tizi della mia lista. A me, del resto, interessava solo il Tøfting Café, fanculo la politica.
Fanculo tutti. Come quando in nazionale, durante il ritiro del Mondiale in Giappone e Corea, feci uno scherzetto a quella fichetta di Gronkjaer. Mi stava sulle palle, con quelle sue finte alla Garrincha dello Jutland. Faceva troppo il furbo: in allenamento m’infilò un paio di tunnel e mi prese per il culo. Una volta negli spogliatoi l’ho investito con una raffica di cubetti di ghiaccio. L’ho preso in un occhio. Ha provato a reagire. Gli ho chiuso anche l’altro occhio con un destro. Non ci ha più riprovato. Mezza sega.
Bella la vita dello spogliatoio! È la cosa che mi manca di più da quando mi sono ritirato. Ho girato mezzo mondo pur di fare il mio mestiere: dall’Inghilterra alla Cina, passando anche dalla Germania. Non mi ci ritrovavo in Cina, sembravo un extraterrestre in mezzo a tutti quegli omini del Lego. Lì ho capito che forse sarei dovuto tornare a casa, in Danimarca. Capita di sbagliare. L’importante è non avere rimpianti. No regrets, proprio come il mio tatuaggio.

***

Stig Tøfting ha collezionato 41 presenze nella nazionale di calcio danese e, nella sua carriera, divisa tra Aarhus, Odense, Amburgo, Duisburg, Bolton, Tianjin Tenda e BK Hacken, ha segnato oltre cinquanta reti. Il suo palmares conta pochissimi trofei, ma è in assoluto uno dei calciatori danesi più amati di sempre in patria. La partita che tutti reputano sia stata la più epica giocata da  Tøfting è Francia-Danimarca, finita 0 a 2, che sancì l’eliminazione dei Bleus dal Mondiale nippocoreano del 2002, ancora prima di arrivare agli Ottavi di Finale. Durante quel match, il Tosaerba, in coppia a centrocampo col gemello mastino Gravesen, ridusse alla vergogna i dirimpettai francesi ben più quotati Viera e Makelele, risultando decisivo per la vittoria della propria nazionale.
Tøfting si è ritirato nel 2007, dopo aver disputato la sua ultima partita contro il Viborg FF, in Danimarca. Adesso fa il commentatore televisivo per l’emittente sportiva danese Danish Deligh.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)