di Leonardo Sacchetti

Quando la macchina si è schiantata contro quel muretto di cinta, disperso là in mezzo a quella brughiera come se aspettasse solo me, mi sono chiesto: “Era proprio qui che doveva succedere?”. Nel senso: era proprio qui, sulle Isole Falklands, che dovevo morire? Poi, alla fine, non ci sono nemmeno morto, sulle Falklands. Ma ho deciso di non tornarci più. Basta. Il passato è passato. Non solo per me.
Mi chiamo Ardiles. Osvaldo César Ardiles e sono argentino. E come ogni vero argentino, vengo da mille posti e continuo a viaggiare per mille posti.
Ero già arrivato in Inghilterra, al Tottenham, quando una sera squilla il telefono di casa, presa a due passi dallo stadio White Hart Lane. “Sì?”, faccio io. Guardo l’orologio e capisco che a quell’ora poteva essere solo una chiamata da lì, dall’Inghilterra. Nessuno mi avrebbe chiamato così presto dall’Argentina. E forse, nessuno mi avrebbe poi mai chiamato da casa. Ero quasi scappato perché volevo fortissimamente giocare in Inghilterra. Volevo scacciare, con un semplice dribbling, tutte le umiliazioni che avevo subito in quegli anni.
La voce dall’altro lato del telefono era pastosa e calda. Ovviamente, aveva sbagliato a pronunciare il mio cognome: è una cosa che, anche dopo quarant’anni fuori dal tuo paese, non riesci a sopportare. Io ero appena arrivato a Londra, figurarsi. “Chi è?”, incalzo.
“John Huston”.
Non sono certo un intellettuale, intendiamoci. Ma due o tre libri, in vita mia, li ho letti e amati. E pure qualche buon film. Tipo: “Mobydick” con Gregory Peck. Immenso. Ecco perché, sulle prime, ho pensato a uno scherzo. Chi è l’imbecille che mi chiama spacciandosi per un regista? E poi, che regista! “E io chi sarei?”, provo a stuzzicarlo.
“Spero che lei sia veramente Osvaldo Ardiles, perché tra sei giorni iniziamo a girare e non ho molto tempo da perdere”.
Era lui, sicuro al cento per cento. Solo un mostro come Houston aveva quel modo di parlare. Brutale, sincero e diretto.
“Sì, sono io. E lei è veramente John Huston, giusto?”.
Mi voleva nella squadra di calciatori che stava mettendo su per girare un film d’azione e di guerra. Un film sul riscatto di un gruppo di prigionieri. C’era da giocare una partita, contro i nazisti. “Bello – gli feci -. Ma: io che c’entro? Sono argentino…”. Noi, da Buenos Aires in giù, di Seconda Guerra Mondiale non ne abbiamo sentito molto parlare.
“Difatti, lei sarà un francese. A me, basta che faccia dribbling e cross. Ci può riuscire?”.
È la mia vita, volevo rispondergli. Ma non lo feci, perché Houston aveva già riattaccato.
Due giorni dopo, sul giornale, lessi dell’avvio delle riprese di “Fuga per la vittoria”. C’era anche il mio nome. Era tutto vero. Pure la squadra che Houston aveva messo su. Dico solo un nome, così per capirsi subito: dovevo crossare a Pelé.
Che belle giornate! Giocavo e recitavo. Sempre giocando. Al quarto giorno di riprese, Houston mi prese da parte e mi disse. “Non mi basta la rovesciata di Pelé. Voglio qualcosa anche da lei”.
E io: “E cosa?”.
“Che ne so. Inventi, come fa sui campi da calcio. Pedali, veda lei”.
Pedalare, ok. Fu da quel vocione burbero che mi venne l’idea. La bicicletta. Una mossa che, a farla sul serio durante una partita, rischi il linciaggio. Se la sbagli, i tuoi tifosi ti mangiano. Ma se la fai bene, l’avversario che scavalchi non si scorderà più il tuo nome e ti aspetterà in qualche tunnel pronto a fartela pagare. Si tratta di farsi passare la palla dietro e con il tacco, farle fare un bel giro che da sopra la tua testa la porti nuovamente davanti a te. In questo modo, se tutto va bene, ti sei bevuto anche il difensore che avevi davanti. Lo lasci lì a guardare per terra e in cielo e a dirsi “Non è possibile”.

***

Campione del mondo nel 1978 con la maglia dell’Argentina, Ardiles si trasferisce, dopo la competizione iridata, in Inghilterra, al Tottenham, con cui vince due FA Cup ed una Coppa Uefa.
Nel 1982, allo scoppio della guerra delle Falkland-Malvinas, viene girato in prestito in Francia, al Paris Saint Germain: tornerà l’anno dopo agli Spurs, con cui giocherà fino al 1988. È stato nel cast di “Fuga per la vittoria”, film diretto da John Houston.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)