di Giovanni Grossi

“Sono un ragazzo fortunato. Sono un ragazzo fortunato perchè m’hanno regalato un sogno”. Questo diceva di sè Lorenzo, un mio amico italiano. Anche a me hanno regalato un sogno. Il sogno di giocare a calcio e di fare gol. E ne ho fatti tanti. Non ricordo chi m’ha regalato questo sogno e nemmeno so spiegare perchè questo sogno io ho scelto di viverlo nella realtà, giorno per giorno. Forse perchè ai sogni, come ai cavalli, non si guarda in bocca. Io, comunque, non mi sono limitato a questo, ma addirittura ci sono saltato subito in groppa.
Fin da piccolo sono sempre stato in continuo movimento perchè dovevo seguire mio padre che, facendo il ferroviere, si doveva spostare continuamente di città in città. In ogni nuova città i binari della mia ferrovia personale mi portavano sempre alla stessa stazione: il campo di calcio. La sera prima di addormentarmi, a differenza di Gino (un altro mio amico italiano) sul soffitto della mia stanza non ci vedevo il cielo, ma un campo di calcio. E la mattina dopo, al mio risveglio, il campo di calcio era sempre lì, come se volesse ricordarmi che tutto questo non era solo un sogno. Ed ogni giorno il campo di calcio era diverso. Poteva essere una strada, una spiaggia, un cortile, il corridoio di una scuola.
A 13 anni qualcuno ha fatto firmare a mio padre, tra una stazione e l’altra, un contratto, mi ha consegnato una maglia e mi ha detto cosa fare in un campo di calcio regolare. Io però ho continuato a fare quello che avevo sempre fatto anche quando il campo di calcio era improvvisato con i miei amici. E ho fatto bene. Ancora oggi che ormai continuo a giocare senza il corredo di una maglia ufficiale, di un’allenatore e di un contratto, corro libero come un cane sempre affamato di nuovi palloni da mordere. Questo faccio, corro per il campo a rubare palloni ai difensori avversari. Quando il pallone diventa di proprietà delle mie zampe, io non lo mollo fino a che non sento la porta. In quell’attimo, con l’istinto di un’animale, scarico tutta la potenza che ho su quel pallone e aspetto che finisca in rete, dietro al portiere. E succede spesso e gli allenatori, quando vedono che la palla finisce in rete, si dimenticano se un attaccante non segue le sue indicazioni. Il calcio per me è questo. Fare gol e far vedere al mondo la mia gioia ridendo e ballando. I calciatori di oggi invece non ridono. E quello che è ancor più strano è che non ridono nemmeno nel momento massimo della gratificazione del loro gioco, il gol. Gli attaccanti invece quando fanno gol ripetono stancamente gli stessi gesti. Sembrano studiati a tavolino. Magari – orrore! -provati anche in allenamento. E per questo sempre uguali e sempre eseguiti con la stessa nervosa intensità. Eppure ogni gol ha una storia a sè. E quindi l’autore del gol non può reagire ad ogni gol sempre nello stesso modo. Nei mondiali americani del 1994, a 42 anni segnai un gol rimasto nella storia del Calcio, nella storia della mia nazionale, il Camerun e nella mia storia personale. Nessun giocatore fino ad allora era riuscito a fare gol ai mondiali di calcio all’età di 42 anni. Un record che resiste ancora oggi. Fu un goal inutile perchè quella partita la perdemmo 6 a 1 dalla Russia. Però la gioia mia e dei miei compagni di squadra che mi corsero incontro dopo il gol, ridendo perfino più di me, fu come quella per un gol al novantesimo minuto che ti fa vincere la Coppa del Mondo. Dopo ogni gol correvo alla bandierina e cominicavo a ballare la Makossa. Un ballo pieno di gioia che io reinterpretavo ogni volta come un orgasmo simulato alla bandierina, dedicato sempre ad una donna diversa. E quella donna sarebbe stata la prima che avrei cercato la sera dopo la partita. Solo quando facevo l’amore, come succedeva al mio amico italiano Gino, il soffitto smetteva di essere un campo di calcio per diventare cielo.
Eh sì, sono proprio un ragazzo fortunato. La mia vita, come diceva l’altro mio amico italiano, Lorenzo, potrebbe essere descritta come l’autobiografia di una festa, perchè io, come lui, “all’inferno delle verità mento con il sorriso”. Ma come son ganzi questi italiani!

***

Nato a Yaoundé il 20 maggio 1952, Roger Milla è un vero e proprio monumento del calcio mondiale. Inserito tra i migliori 100 calciatori di tuti i tempi, è stato insignito del premio di calciatore africano dell’anno nel 1976 e nel 1990.
Proprio ai mondiali italiani del ’90, Milla ha portato la sua nazionale del Camerun ai quarti di finale, grazie alle quattro reti realizzate su cinque incontri disputati, tutti partendo dalla panchina.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)