fotoA sentire quello che dicono gli esperti linguisti pare che questo termine venga usato, non solo in Toscana, ma in gran parte dell’Italia, se non in tutta.

Nel linguaggio di noi moderni fiorentini,  “a iosa” significa semplicemente “in abbondanza”, mentre la definizione che troviamo nei vocabolari della lingua italiana, stabilisce un modo più appropriato dell’uso, perché il termine indica non solo la quantità di una determinata cosa, ma anche il suo scarso valore.

Se si osserva l’origine della parola scopriamo così che “l’ortodossia” linguistica è basata nell’arcaico concetto, senza  considerare la sua evoluzione.

Ma andiamo con ordine: fin dall’antichità, probabilmente già dall’epoca romana, molte forme ludiche dei bambini si basavano su “finzioni” di quello che facevano gli adulti. Il gioco d’azzardo è sempre stato predominante in tutte le epoche e così, per emulazione (dannosissima, ne convengo), anche i figli amavano imitare i padri. Ovviamente nell’azzardo la componente principale è sempre stato il denaro, ma i minori (fortunatamente) non potevano usarlo e così si “inventò” la “chiosa” (meglio col plurale “chiose”) che erano delle false monete di legno o più spesso di piombo, poiché quest’ultimo era un metallo molto comune, duttile e che fonde a una  bassa temperatura.

Ovviamente le “chiose” avevano uno scarsissimo valore e dovevano essere numerosissime, e da qui l’espressione come sinonimo di “abbondanza”, ma di un “quasi nulla”.

Tutti noi sappiamo che nel nostro lessico la lettera “c” (l’ “h” ha poca importanza, tanto è muta), non ha certo vita facile.  Per tale ragione dall’originaria “chiosa” scivolare in “iosa” il passo fu breve, e così è stato, “infettando” nella pronuncia tutti quei non toscani che ne fanno uso.

Le iose quindi sono i progenitori delle banconote del Monopoli, ma anche delle moderne fiches. Infatti, quando il gioco d’azzardo venne proibito, anche gli adulti iniziarono ad usare le iose per non dare nell’occhio, stabilendo “segretamente” il valore di cambio con le vere monete.

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Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.

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