di Simone Piccinni

Gira la testa, alla ricerca di appigli visivi cui aggrapparsi, mentre i contorni di palazzo Budini Gattai iniziano a miscelarsi con la Cupola del Brunelleschi.
Non c’è nessuno in piazza, ad eccezione di una piccola figura, alle spalle della statua di Ferdinando I, ritta di fronte alla targa araldica sul piedistallo. Pare assorto, il bambino, vestito con una tunica bianca che ciondola fino alle cosce, ricoprendo una calzamaglia. Avrà sì e no 10 anni.
“Bada com’è vestito questo”, riflette il Malva.
“Oh, nacchero. Che t’hai perso la via di casa?”, gli urla dietro, biascicando le parole. Non ottenendo risposta si avvicina. “Ciccio, so che sei giovane, ma è bene iniziar presto a questo mondo. Marijuana?”.
Il bambino sobbalza, dapprima spaventato, poi si volta verso di lui e con la faccia contorta in una smorfia sbotta “Messere, col vostro favellar senza senso non riuscirò mai a contar le dannate api!”.
“Icché dice questo? Bada te come iniziano a drogarsi presto!”, pensa il Malva, sbigottito.
“Ma come parli, bimbo? Dove sono i tuoi genitori?”, chiede, ricomponendosi. “Col doveroso rispetto, messere, ma è la vostra di parlata ad esser quantomeno bizzarra”, risponde il bimbo. “Et per quanto riguarda i genitori, è ciò che vorrei sapere anch’io. In tal proposito, se voleste scusarmi, tornerei a contar le api”, dice, tornando a fissare la targa.
Il Malva non sa bene che fare, se abbandonarsi nei meandri delle sue distorsioni visive o indagare ancora. Prevale la seconda ipotesi. “Non capisco se mi stai pigliando in giro o meno, ma non dovresti startene qui da solo. Dove sono i tuoi genitori?”.
“Sacripante! Vi ho già detto, messere, che non lo so, et giammai lo saprò se non conto queste api forgiate da Lucifero! Quella befana de Madre Superiora non mi lascerà mai libero da quel lazzaretto de magione!”, sbotta nuovamente il bambino, voltandosi ad indicare lo Spedale.
“Ahhh, sei un orfano. Vabbè, ma che gliè il modo? Lasciarti qui fuori di notte. Oh come stanno ‘ste mentecatte di suore?”.
“Vi prego di non tediarmi oltre. Son fuito dal convitto, com’ogne calar del sol da 451 anni per contar le maledette. Ma questa puot’esser la justa notte. Non avete da vender erbacce a qualcheduno?”, rimbrotta il pargolo.
“Ma come cazzo parli? Bada nano, abbozzala di prender per il culo, ché ho già i miei problemi”, risponde il Malva, cercando di mettere a fuoco i contorni del bambino. “E che ne sai te dell’erbacce?”.
“Suvvia messere, è da quando eravate poco più che pargolo che vi scorgo a scambiar fogliame con genti d’oltremare e giovinetti”, sogghigna il bimbo.
“Non sono affari tuoi, gnomo. E finiscila di dire vaccate! Che storia gliè? Quando ero pargolo io tu ancora sguazzavi nei testicoli di tuo padre”.
Il piccoletto sbuffa “Uff… Via, siccome oramai ho perduto il conto, et il tempo certo non mi manca, vi narrerò la mia historia” fa.
“Il nome mio è Niccolò Nocentini, o meglio è l’appellativo che mi diede l’abate Borghini. Fui lo primo ad esser battezzato di sua mano, nell’anno domini 1552”. Poi, indicando la Ruota degl’Innocenti ormai murata “Mi depose laggiù, mia madre”. Abbassa lo sguardo al collo ed estrae dal bavero un ciondolo argentato, spezzato a metà “Con un bacio et questo monile”. (segue giovedì prossimo)

Questo racconto fa parte dell’ebook prodotto nell’ambito del corso “LeggiMI! Scrivere ai tempi dell’ebook” (marzo-aprile 2013), realizzato dal Comune di Firenze in collaborazione con Il Cenacolo e EDA Servizi e rivolto ai giovani da 18 a 29 anni.

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