di Simone Piccinni

Il Malva viene sopraffatto da un ondata lisergica e si siede a terra, assorto. Che si tratti di un effetto dell’acido o meno il bimbo lo intrattiene, impedendogli di intripparsi a guardare gli universi nei lastroni di pietra o, peggio, di perdersi in pericolosi deliri introspettivi.
“Di lei nulla so, se non che giungerà il dì in cui la rivedrò. È la mia meta da quando serbo memoria. Sin fine, le scoppole prodigatemi dalla Priora per le mie ripetute fughe, e troppi i Pater Noster recitati a forza di ceffoni. Sino a quando, pria che mi spedissero ad apprender il mestiere di pellajo, giunsi all’accordo colla vecchia: s’io fossi riuscito a contar le api della targa sine usar artifizi se non li miei occhi, ella avrebbe acconsentito a lasciarmi libero di partir alla ricerca della genitrice”.
Si rabbuia un istante, poi prosegue “Il fato sine justitia ha però voluto prendersi gioco di me: mentr’ero qui, a tentar l’impresa, un destriero imbizzarrito mi menò una gran pedata sul groppone, e io cascando mi fracassai la testa proprio sull’ape regina”. Uno sguardo allucinato si fa largo sulla faccia del Malva, incapace di parlare.
“Da allora, ogni sera mi ritrovo qui, invisibil per tutti men che pell’occhio di quell’arpia. Millanta volte provai a fuggir dalla piazza, ma come menavo per Via de’ Servi, Via de’ Fibbiai o Via della Colonna, una mano mi raggiungea, come una lingua di foco saettante, e mi prendea salda pell’orecchio”, infervorandosi mima lo schioccare di una frusta.
“La vecchiaccia persiste nell’oppressione financo post trapasso. Esige il rispetto del patto et, seppur la nostra presenza sulla terra dimostri l’infondatezza del suo divin potere, io quivi giaccio da quasi cinque secoli. Et la mi mamma ancor non so dove dimora. Fantasma, demone, angelo o qualsivoglia forma ella abbia assunto dovrò pur vederla, presto o tardi!”.
Una lacrima serpeggia sulla guancia del bambino, che tira su col naso e immediatamente l’asciuga col dorso della mano. “Ma fin a quel momento mi ritrovo rinchiuso com’una fiera in gabbia in questo rettangolo di pietra, lo sol di cui ricordi il guardo. Crebbi e morii nello stesso loco e, come somma punizione, ivi rimango anco nell’eterno riposo, se riposo si può chiamare. L’unico pensier che mi rallegra è la speranza che ‘l Giambologna, immondo scalpellino autor di siffatto malefizio, passi lo suo riposo tra le fiamme dell’Averno a scalpellarsi le gonadi sino allo Divin Juditio!”, mimando martellate sul cavallo della calzamaglia.
D’improvviso un fischio riecheggia vicino all’orecchio del Malva, che sussulta. Una scudisciata di fuoco azzurro sibila nell’aria, partendo da una finestra dello Spedale. Come una meteora impazzita, la mano anellata alla fine della fiamma si abbatte sulla faccia del bambino, facendogli compiere una mezza giravolta.
“Che cazzo è stato?” chiede il Malva col cuore in gola, sgranando gli occhi.
“Oioi… Povero me. Quest’invece era ‘l Borghini, ne riconosco il timbro…” geme il bimbo, massaggiandosi la guancia. “Non ama la scurrilità, il vecchio Cerbero”.
S’intravedono i segni di cinque dita rosse sul suo volto, ma lui si ricompone un attimo e, scuotendo il capo per stoppare il ronzio all’orecchio, conclude: “Ordunque. Abbiam fatto li dovuti convenevoli, ergo tornerei a contar quelle bastarde, volesse il cielo ch’io stanotte ci riesca”. (segue giovedì prossimo)

Questo racconto fa parte dell’ebook prodotto nell’ambito del corso “LeggiMI! Scrivere ai tempi dell’ebook” (marzo-aprile 2013), realizzato dal Comune di Firenze in collaborazione con Il Cenacolo e EDA Servizi e rivolto ai giovani da 18 a 29 anni.

(Visited 54 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua