di Elena Vannoni

Una giornata come tante altre. Mi alzo e scendo alla fermata dell’autobus, nella speranza che arrivi nei successivi 10 minuti, che automaticamente si trasformano in 30. Sbadiglio ancora assonnata, intanto ripasso mentalmente il tragitto che mi aspetta per arrivare in facoltà. Ancora con gli occhi abbottonati tiro fuori l’iPad dalla borsa e finisco di leggere alcuni capitoli per l’esame.
“Signorina scusi siamo all’Isolotto? Mi perdoni, buongiorno sono Telemaco”.
Lentamente giro la testa per capire se la domanda è stata rivolta a me, ed è così. Mi trovo davanti ad un uomo sulla sessantina, lo fisso un attimo.
“Sì, siamo all’Isolotto. Buongiorno, sì, ehm: sono Elena”.
“Sa, sono parecchi anni che non torno a Firenze, e son cambiate tante cose! Però sono nato qua e ho vissuto a pieno questa città. Ho anche girato l’Europa e visto città bellissime, facendo della mia passione il mio lavoro. Scusi, saprebbe dirmi come faccio ad arrivare al mercato vecchio?”.
“Mercato vecchio? Forse cerca il mercato centrale?”.
“No no, dico il mercato vecchio, vicino Piazza della Fratellanza…”.

D’improvviso sento un gran frastuono, un lieve tepore sul viso, un raggio di luce mi acceca, dà quasi fastidio. Un alito di vento smuove i miei capelli, sento il solletico e sono costretta a spostarli. Il cielo è sereno, solo qualche nuvola bianca spicca da questo mare celeste, e che bella cupola, ha un’aria familiare. Vengo spintonata, giro su me stessa guardandomi attorno, vedo banchi, vedo un serpentone di persone che
si accalcano, un miscuglio di voci e urla. “E guarda dove metti i piedi!”, ce l’hanno con me, mi scanso ma rimango intrappolata nel flusso che si muove. La ruota di un vecchio carretto mi sfiora, faccio un balzo indietro. C’è mancato un pelo che mi schiacciasse un piede. Inciampo su un gradino e finisco a sbattere.
Alzo gli occhi e mi trovo davanti una colonna, ma da dove è sbucata? Nella confusione non l’avevo vista, e che puzza, mista a odore di cibo, di bestiame e quant’altro. Intorno a me abitazioni ammassate, case dall’aspetto severo e dalle finestre semichiuse tappezzate d’ogni sorta di cenci, di colori e forme diverse. Chi si affaccia e urla, chi stende lenzuola.
Guardando attorno, mi accorgo delle pennellate. Sì, macchie di colore definiscono figure e volumi. Marrone, grigio, giallo, ocra… e sento sussurrare all’orecchio…
Tettoje basse e larghe, e stoie e tende,
ogni frutto, ogni fiore ed ogni seme…

“Signorina? Si sente bene?”.
“Come? Io? Bene, sì, dove sono? E i carri vecchi?”.
“Quali carri? Qui di vecchio ci son solo io!”.
Pazzesco. Ero in una specie di mercato, fiera, o forse somigliava più a un ghetto. Ho sbattuto contro una colonna, era proprio di fronte a me, e in cima c’era quella statua, dove l’ho già vista… forse in centro, si esatto! È la Colonna dell’Abbondanza in Piazza della Repubblica. E la cupola che ho visto? Era quella del Duomo, certo, non mi sbaglierei.
“Signorina? Sembra che abbia visto un fantasma!”.
“Già, potrebbe essere. Mi assicura che non ci siamo spostati da questo autobus negli ultimi 2 minuti?”.
“Direi proprio di no”.
“Strano, ma che mi succede? Giurerei di essere appena stata in Piazza della Repubblica. Si, però, era completamente diversa da com’è ora. Più piccola, somigliava ad un ghetto, non c’erano negozi, solo banchi e botteghe”.
“Davvero? Magari era proprio lei!”.
“Sto impazzendo”.
Telemaco sorride con fare compiaciuto.

Ci risiamo. Buio intorno a me. Ci metto un attimo per mettere a fuoco. Sono in un vicolo umido e strettissimo, i raggi del sole qua non arrivano, le abitazioni hanno facciate altissime.
Cosa c’è là? Una bottega di rigattiere, che aria strana. La porta è spalancata, mi affaccio. Vedo un ammasso di oggetti che penzolano ovunque: quadri che rappresentavano Pio IX, Cavour, Vittorio Emanuele; caschetti di militari; pistole dalle canne arrugginite; ornamenti femminili di ogni sorta! Non vorrei essere il proprietario, trovare qualcosa qua dentro sarebbe come cercare un ago in un pagliaio! Qualcuno fuori sta urlando. Esco dalla bottega e poco più avanti un uomo panciuto, grondante di sudore e fasciato da un grembiule sporco, dimena una grande padella e invita i passanti ad assaggiare. Mi avvicino.
In mezzo allo strutto fumante e puzzolente stavano friggendo delle frittelle! Con un lungo forchettone ne tira fuori un paio e m’invita ad assaggiare. Scottano! Mi brucio la lingua e faccio alcuni passi indietro, finisco per urtare una donna intenta a sgranare i legumi del banco accanto. Intanto un uomo dall’abito consunto ma dignitoso procede appoggiandosi al suo bastone, e un’anziana donna curva su se stessa avanza tenendo per mano il bambino.
Ma come fa tanta gente a stare ammassata in questi vicoli così stretti? Non ci sono nemmeno i marciapiedi! E quante botteghe, non si riesce a camminare, calpesto le persone intorno a me, venditori ambulanti compresi, mentre mi aggiro come un fantasma.
Pennellate di colore. Contrasti netti tra luce e ombra. Il colore prende il sopravvento su di me e inizio a correre, e correre, e correre…
Sento queste parole…

La folla di chi passa e di chi preme,
le grida di chi compra e di chi vende (…)

Addio per sempre, povero Mercato,
Addio, studio di forme e di colori,
Addio, tesoro d’arte, inesplorato…

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