Cara Firenze,

è arrivato il momento di salutarti e voglio farlo regalandomi un ultimo sguardo amoroso, così come si fa con chi si ama.

Non mi è facile in questi giorni di addobbi di Natale, di strade ingombre di gente, di luci colorate, dirti addio, ma lo voglio fare dandoti del tu, come si fa con una amica, e ricordare con te questi sei mesi di Erasmus.

Per me giovane studentessa di storia dell’arte arrivare qui, da un paese lontano, è stato come entrare in una altro mondo. Mi sono sentita prima stordita, e poi accolta, cullata dalla tua bellezza; una bellezza ipnotica, magica, una ricchezza enorme di bellezza. Giorno per giorno me ne sono sentita avvolta, accarezzata, intrisa e talvolta, io così piccola e insignificante, perfino sopraffatta. Ho passato giorni bellissimi immersa nei tuoi tesori, i tuoi avi illustri ti hanno resa magnifica, piena di emozione che dispensi a chi ne può e ne vuole godere.

Non posso però, cara amica, non prendermi la libertà di un appunto: tu, nella tua beltà talvolta sembri dimenticare che non fu tutto merito tuo.

Raccogli l’eredità dei grandi, ma sembri non essere abbastanza umile da cercare il modo di dargli un seguito. Dimentichi che se Brunelleschi non avesse osato, non avresti avuto il Cupolone, se i Medici non fossero stati dei mecenati, non avresti avuto Palazzo Vecchio o gli Uffizi. Stai seduta sulle tue bellezze, talvolta in modo scomodo, e accogli turisti e visitatori distratti, nella loro babele di lingue e usi, attraendoli con le lusinghe delle tue botteghe più che con la storia dei tuoi tesori; troppo spesso rinunci alla tua funzione di dispensatrice del bello per abdicare a quella di venditrice, eppure anche nelle tue periferie, quanti spazi e quante possibilità per sviluppare ancora e ancora la tua vocazione al bello!

Non sono che una tua devota ammiratrice, ma ti prego cara Firenze non essere sorda al richiamo di giovani che come me ti chiedono di osare ancora, di aprirti, di essere come un tempo, un avamposto nella ricerca della bellezza, rinuncia a stare tra i tuoi tesori come un regina un po’ avara e miope: avara persino nella conservazione del tuo essere bella.

Vorrei averti vista persino più ruffiana con coloro che ti amano e che ti chiedono di essere più vicina a loro nella ricerca di nuove possibilità, di nuovi orizzonti, di nuovi concetti, anche di arte. Non ti allontanare, cara Firenze, dalla fucina che fu il tuo passato: osa! La tua gente così attenta non ti permetterà di sbagliare.

Alzo gli occhi a questo cielo azzurro e ti chiedo perdono: questo grido muto, questo sfogo da amante delusa, questo mio saluto polemico rimane solo una piccola richiesta in questa dichiarazione d’amore: sei stata una scoperta meravigliosa e sei diventata un amore prezioso, che durerà, e,come si fa con gli amanti a cui si tiene, non ho potuto tacerti le mie richieste.

Il mio giro di saluto sta finendo, devo andare, mi consolo pensando che questo non è un addio, tornerò e tornerò ancora, e so già che mi mancherai molto.

Ti abbraccio, cara Firenze, tua per sempre.

20 dicembre 2014

duomo
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Sabrina Sezzani

Da lettrice appassionata a scrittrice per passione: Fiorentina DOC lavoro per vivere ma scrivo per divertimento; la mia passione è raccontare storie di donne,e quindi, naturalmente, anche degli uomini con cui hanno a che fare…