Forse non tutte le città sono fatte per essere grandi città europee, forse alcune sono belle anche se rimangono uguali a se stesse, anche con gli stessi vecchi e rassicuranti negozi di sempre. E forse Firenze è una di quelle.

Io capisco il fatto che i tempi cambino e che bisognerebbe restare al passo con loro. Capisco le esigenze diverse delle persone e i portafogli che si sgonfiano. Capisco che comprare un libro online sia più conveniente, e che ci sono volte in cui il fatto di non avere a che fare con qualcuno aldilà di un bancone sia quasi meglio, perché siamo diventati irritabili (e rischiamo di diventare irritanti).

E so che non è colpa della “Tavernetta del Battistero” e della sua insegna scintillante se la “Libreria dei Servi” non c’e più, anzi, è colpa mia e della mia generazione, che non abbiamo comprato abbastanza libri. Tutte queste le so, ma ogni volta che passo lì davanti, in via dei Servi, e vedo il cameriere che sulla porta mi propone bistecca e patatine mi vengono un po’ di rabbia e un po’ di malinconia, mi viene voglia di essere retorica e nostalgica, di avere timore per il futuro e rimpianto per un passato che forse era migliore del mio presente. Mi sento delusa dalla mia città, e vorrei dirle che deve impegnarsi di più, dobbiamo tutti impegnarci di più, per scegliere i libri invece della bistecca la prossima volta (con tutto il rispetto per la bistecca), la musica invece del caffè, per non ritrovarci più a fare i conti con quella punta di rabbia e di sconforto. Firenze non merita di diventare una città simile alle altre piccole e grandi in giro per il mondo. Non ne ha bisogno, non ha bisogno di tutte le catene di grande distribuzione, delle belle vetrine, dei marchi internazionali. Non di tutti, non ovunque, non indiscriminatamente.

Poi faccio ancora qualche passo, e mi avvicino a Piazza del Duomo, e lui mi guarda, quasi come a dirmi “Io sarò sempre qui, non c’è menù per turisti che tenga con me”.

Lo so che non può bastare questo ad una città, ma che ci posso fare se quei mattoni rossi mi curano tutte le ferite, e mi annacquano la malinconia.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.

TESTTTTTTTTT

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