img_3814Il verbo “abbozzare” è tra i termini poco usati nella lingua italiana (è infatti ben oltre il 29millesimo posto), eppure a Firenze la declinazione alla terza persona del presente indicativo “egli abbozza”, è usata moltissimo.

Certo noi il pronome non lo mettiamo davanti, bensì dietro, sempre, e così nasce il nostro perentorio “abbozzala”, per stare a significare di smettere (si dice anche di “smetterla”), di non continuare più su un atteggiamento, un comportamento. Il nostro “abbozzala” è un avviso sotto intendendo che il perpetrare del nostro interlocutore nella stessa maniera, sarebbe sicuramente cagione di una giusta e drastica reazione.

In molti vocabolari italiani il verbo “abbozzare” ha il significato più comune in quello di “dare la prima forma in maniera grossolana ad un’opera”, ossia delineare a grandi linee quello che dovrebbe divenire un lavoro compiuto. Si può così “abbozzare” un discorso, finanche “abbozzare” (accennare) un saluto (in quest’ultima forma si ritrova in vari testi del XVI secolo).

Abbozzare pare derivi da “bozza” così chiamata “una pietra lavorata alla rustica e senza finimento con l’apposizione del prefisso ” ad ” trasformato per assimilazione il d in b“.  Altri studiosi invece lo vorrebbero derivare dal francese ébaucher , termine che indica “sgrossare”.

Le differenze appaiono comunque minime e chiaramente emerge che questa parola possa essere stata molto usata in quella Firenze rinascimentale piena di botteghe di artisti ed artigiani, intenti tutti i giorni ad iniziare nuovi lavori, nuove opere le cui prime cose intraprese erano appunto le “abbozzature”, magari per far vedere al committente (che prima di pagare voleva essere sicuro), come poteva essere, grossomodo, il lavoro richiesto.

Addirittura nelle nostre botteghe artigiane, numerose di allievi e lavoranti a cui faceva capo il maestro, c’erano delle figure professionali chiamati proprio “sbozzatori”, ricordati negli statuti dell’Arte dei Legnaioli, i quali usavano uno strumento, per l’appunto chiamato “sbozzino”, che serviva a togliere il grosso del legno.  E da qui deriverebbe l’analogo detto “dare un taglio”.

Ma di bozza si parla anche nel gergo navale: infatti con questo termine si indica un tipo di fune che serve per trattenere provvisoriamente qualcosa, utile ed indispensabile perché si possa agevolmente assicurare stabilmente l’oggetto trattenuto. Da ciò si può estendere il concetto di sopportazione e limite che proprio con la pronuncia di “abbozzala” il fiorentino esprime, qualche volta in maniera bonaria, ma spesso come avviso ultimo, prima di passare spesso a vie di fatto.

Altre disquisizioni si potrebbero citare, ma per non tediare il paziente lettore forse è meglio “abbozzarla” qui.

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Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.