Narra la leggenda che pochi sapessero chi fosse quel ragazzo con i basettoni e la camicia improbabile che un pomeriggio dell’agosto 1969 salì sul palco di Woodstock. Ma tutti, dopo pochi minuti, l’avevano già eletto icona del festival rock più famoso della storia. La sua parabola musicale è innegabilmente legata a quel giorno e a una canzone − With a little help from my friends − che lui ha trasformato dalla versione in 3/4 un po’ cantilenante e quasi infantile dei Beatles in un inno all’amicizia. Rauco e alcolico. Il cantante inglese però non è stato solo quello. La sua carriera, cominciata nei pub fumosi di Sheffield, dopo qualche anno cominciò a divergere, passando dal rock-blues degli inizi a un pop più facile e moderato. Nelle orecchie di tutti restano due sue canzoni legate a film di successo: Up where we belong, colonna sonora di “Ufficiale e gentiluomo” e l’ancor più celebre You can leave your hat on, che accompagnava il sensuale spogliarello di Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”.
Se però la vita di ognuno è davvero legata a pochi episodi, niente è più rappresentativo per Joe Cocker quanto quella canzone e quel pomeriggio di Woodstock. Da allora, quasi colpito da un improvviso colpo di insostenibile celebrità, Joe è caduto nelle spire di alcool e droghe, dalle quali si sarebbe ripreso a fatica. Nell’ultimo concerto di giugno a Londra è apparso sofferente, calvo. Lui che della chioma ricciuta aveva fatto quasi un vanto. Trasferitosi in Colorado, se n’è andato ieri. Lontanissimo dalla sua Sheffield e dai locali che avevano battezzato quella voce inconfondibile. Ma per sempre vicino a Woodostock e a quegli amici che, anche alla fine, non avranno fatto mancare il loro… piccolo aiuto.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.

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