Connessi6Sono la mamma di un adolescente di 15 anni. Mio figlio sta sempre attaccato al cellulare ed al computer per connettersi ad internet e io non so che fare. Secondo lei c’è da preoccuparsi? Grazie. Loredana

Gentile sig.ra Loredana, proviamo a dirci con franchezza alcune cose.

La tecnologia è uno strumento e in sé non è né un bene né un male. Dipende dall’uso che se ne fa. E dalla consapevolezza che si ha delle sue potenzialità e dei suoi rischi.

Come in tutte le cose, uno dei problemi è la misura, cioè quanto tempo si usano gli strumenti tecnologici e si rimane connessi ad internet.

Oltre al “quanto”, il problema è naturalmente come si utilizza la tecnologia, cioè cosa ci facciamo, quali sono i giochi, le attività ed i luoghi virtuali che frequentiamo.

Viviamo in una società tecnologica ed è difficile tenerne fuori i ragazzi. Anche se qualcuno ci prova. Qualunque posizione però si decida di assumere, occorrerebbe sapere intanto di cosa si parla. Perché è difficile fare le prediche ai ragazzi sulla dipendenza dalla tecnologia se poi non si sa accendere un computer.

Gi adulti dovrebbero guardare ai propri comportamenti prima di preoccuparsi di quelli dei ragazzi. Accade troppo spesso che adulti sempre connessi a computer e telefonini si mettano a criticare i propri figli perché fanno esattamente la stessa cosa.

Sono gli adulti a dover seguire i ragazzi e dare loro delle regole, non possono essere i ragazzi stessi a decidere tutto da soli. Quando si sentono genitori lamentarsi e dire “Mio figlio passa tante ore al computer” come se fosse un dato ineluttabile, verrebbe da rispondere “E lei dov’era? E’intervenuto o no? E come?”

La strada giusta non è quella di proibire, ma di educare. A scuola e in famiglia. Educare ad un uso responsabile e consapevole della tecnologia e di internet. A parole diciamo tutti che è giusto farlo, ma nella realtà lo facciamo ancora troppo poco.

Il vero problema è la dipendenza. Dovremmo aiutare i ragazzi a capire che si può avere a che fare con tutto, ma occorre mantenere il controllo ed essere autonomi. Quando si comincia a diventare dipendenti, vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel processo educativo.

Se vediamo i nostri ragazzi passare le ore sul telefonino o al computer dovremmo domandarci perché lo fanno, prima di reagire con atteggiamenti moralisti o censori. Perché, se non capiamo quello che succede, se non entriamo in relazione con i loro comportamenti, non potremo costruire risposte credibili ed efficaci.

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Ludovico Arte

Di lavoro faccio il preside dell’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Firenze. Poi ho l’incarico di coordinatore dell’Area Psicopedagogica del Settore Giovanile della Federcalcio.
Nella mia vita precedente ho fatto prevalentemente il sociologo e l’insegnante di psicologia. La mia vera passione è lavorare con i ragazzi, cercando un modo diverso di fare educazione.
Sono nato in Calabria, ma vivo a Firenze da molti anni.
La Calabria mi ha insegnato a non dire certe cose, in Toscana ho imparato a dire le cose come stanno. Da entrambe però ho capito che quello che sei e quello che fai valgono più di quello che dici.