1340908160Se alla parola pugilato aggiungo Alì, sicuramente avete indovinato di chi sto parlando.
Ma se aggiungo Rocky? Pensate a un faccione con la bocca un po’ storta che urla “Adrianaaaaa” e si allena rincorrendo galline, non è così? Indovinelli a parte, il Rocky di cui parlo è quello vero, il paisà Rocco Francis Marchegiano, al secolo Rocky Marciano, campione mondiale dei massimi negli anni ’50. Conquistò il titolo mondiale il 23 settembre del 1952 battendo Walcott per ko e difese il titolo per 6 volte, ritirandosi nel 1956. Disputò 49 incontri da professionista, li vinse tutti, 43 per ko. Si ritirò imbattuto, unico nella storia dei massimi. Per alcuni il miglior massimo di sempre, migliore anche di Alì.
Nel 1970 lui e Alì combatterono un incontro virtuale, con tanto di film che uscì nelle sale: i loro dati tecnici furono inseriti in un computer, Marciano vinse per ko alla tredicesima ripresa. Qualche ripresa in più del previsto: “Quello – disse Marciano a un giornalista parlando di Alì – con me non avrebbe sentito il gong della quinta ripresa”.
Mamma napoletana e babbo abruzzese, era nato a Brockton, nel Massachussets, il 1 settembre del 1923. Prima della boxe aveva fatto di tutto: dal pulitore di fogne al panettiere, dal fabbro al garzone di drogheria. Poi il ring, ma solo a 25 anni. Tardi, dicevano gli esperti, e poi è piccolo e non sa combattere. Però ha la forza di un toro, aggiungevano. Lavorando sui suoi difetti, caparbiamente, imparò a stare decentemente sul ring e a far fruttare quella sua forza devastante. A differenza di Alì, che sfotteva i suoi avversari prima, durante e dopo il match, Rocky li picchiava e basta, poi si scusava. Nel 1949, al Madison Square Garden, mandò all’ospedale Carmine Vingo, paisà come lui. Coma per settimane. Rocky gli pagò l’intera degenza e una cucina come regalo di nozze.
Come fu per Alì ad inizio carriera, anche Rocky subì l’attenzione della mafia. Ma i grandi capi – Gambino, Costello, don Vito Genovese – lo adorano e non gli chiedono mai combine.
Lui contraccambia, gli è amico, bacia le mani. Però sul ring è libero di picchiare e di vincere.
Alì è un’icona del ‘900, grande anche fuori dal ring. Rocky no, lui era solo un pugile.

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Bruno Confortini

Avrei voluto essere Einstein o Maradona (soprattutto Maradona), ma non è andata così. Giornalista pubblicista, scrittore di storia locale, biografie sportive, racconti, poesie e haiku, vivo in Mugello, lavoro a Firenze.

Scheda bibliografica

Libri di storia:

Ha curato(con Francesco Nocentini) la ristampa di “Comunista non professionale”,Comune di Firenze, 2005; “Da San Frediano a Mauthausen” ,Comune di Firenze, 2007; Ha collaborato al volume di AAVV “Monte Giovi. Se son rose fioriranno”, Polistampa, 2012.

Libri di sport:

“Club Ciclo Appenninico 1907. Il lungo diario di una secolare storia sportiva”, Tip. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2007 (in collaborazione con Aldo Giovannini); “Grande Vigna! Sandro Vignini, il ragazzo e il calciatore”, Pugliese Editore, Firenze, 2009; “L’angelo biondo di Vicchio. Guido Boni, una storia degli anni ’50”, Geo Edizioni, Empoli, 2014; “Scommetto di no” (raccolta di racconti) Meligrana Editore, 2016; “ Mugello e Val di Sieve in rosa”, Geo Edizioni, Empoli, 2017.