di Michele Arena

Cara Viviane,

mia moglie adorata. Qua a Koudekerque in Francia i giorni sono tutti uguali, sono seduto nel mio salotto nella casa dei miei genitori. Guardo la pioggia dalla finestra scivolare lungo il vialetto in giardino per poi sparire nel rigagnolo in fondo alla strada. È tutto così grigio e verde, mi mancano i tuoi occhi, la tua pelle scura, mi manca il suono dei tuoi braccialetti mentre prepari il Thiebou yapp per me.
Non faccio che pensare a quello che hanno detto i dottori. Tre mesi di vita, non uno in più. Ero seduto in quello studio freddo e bianco e l’unica cosa che sono riuscito a pensare è che avrei fatto in tempo a giocare un ultimo mondiale, ho guardato il calendario attaccato al muro alle spalle del dottore, ma era solo uno stupido settembre di un anno dispari amore mio.
Non c’era nessun mondiale da giocare.
Ma non piangere mia dolce Viviane.
Tu ed io abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere, piramidi grandissime, il mare a Conakry, i leoni riposare all’ombra di alberi fatti ad ombrello. Abbiamo camminato da Bangkok a Beijing, le suole delle nostre scarpe sono tutte consumate. Abbiamo cambiato religione, nome, abbiamo fatto l’amore in ogni città, non c’è niente da piangere adesso, vero amore?
Abbiamo visto prati verdi in Africa a cui nessuno crederebbe, siamo volati in in ogni parte del mondo, e, te le ricordi Viviane quelle notti in Corea? L’albergo sempre pieno di gente, musica, sorrisi, l’odore di spezie che sembrava di essere a casa nostra a Dakar, io e te a fare l’amore prima di ogni partita. E ti ricordi come erano felici i nostri ragazzi? Sembrava di essere in una gita scolastica, una di quelle che si fanno a fine anno e in cui hai voglia di goderti tutto, perché sai che non rivivrai più un momento del genere. Non con le stesse persone, non con gli stessi anni.
Mia cara Viviane, uscito dall’ospedale ho ripensato a quelle due parole, tre mesi, ho ripensato alle cose che mi sono andate bene nella vita, e anche a quei giorni. A come la palla calciata di Camara dopo aver colpito il palo sarebbe potuta schizzare fuori, e invece è rotolata dietro le spalle di Hedman facendoci battere la Svezia. Oppure a quel cross di Diouf che rimbalzando sui ginocchi di Petit avrebbe potuto finire tranquillamente sul fondo invece di sbattere sulle gambe di Barthez e finire sui piedi del nostro Bouba Diop. Ci pensi amore mio a come sarebbe stata diversa la mia vita senza episodi così fortunati? E so, so che stai pensando a quel diagonale di Mansiz, a quanto mi ha fatto soffrire. Ma adesso è diverso, mi prenderai per pazzo, un tumore ai polmoni, uno al fegato e uno allo stomaco e dico di non stare male come quel giorno. Ma mia dolce Viviane, è diverso, questo è un dolore mio e posso decidere quanto farmi ferire, quel diagonale contro la Turchia aveva ferito i miei uomini e il mio popolo, era il loro dolore a farmi star male.
Mia cara moglie, sono un po’ stanco adesso e credo che andrò un po’ a riposare, fuori è arrivata la sera e continua a piovere, ma è sempre e solo settembre di uno stupido anno dispari.

Con Amore,

il tuo Abdoul

***

Dopo aver allenato alcune squadre minori francesi e la nazionale della Guinea, nel 2000 Bruno Metsu diventa il commissario tecnico del Senegal.
Con i Lions de la Teranga si qualifica per i mondiali nippocoreani del 2002: qui, al primo turno, nella gara di apertura del mondiale, sconfigge in un’epica sfida la Francia campione in carica, grazie ad un gol di Bouba Diop. Agli ottavi elimina la Svezia con un golden gol di Camara, mentre, al turno successivo, ai quarti di finale, lo tradisce proprio una rete nei tempi supplementari: è Mansiz a realizzare il gol decisivo che porta avanti la Turchia ed elimina il Senegal.
Dopo aver sposato una musulmana ed essersi convertito all’Islam, cambiando il suo nome in quello di Abdoul Karim, si è spento all’età di 59 anni dopo una grave malattia.

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Storie Mondiali

“Il calcio è una cosa sacra.
Così, prima del Mondiale, entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E io ho risposto: segnare come la Francia!
Dio mantenne la parola: Francia e Cina furono, in quel Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono nemmeno un gol. Certo, ma io mi riferivo alla Francia campione del ’98.
Nel calcio, non puoi tralasciare proprio nessun dettaglio.”
(Bora Milutinovic, allenatore della Cina ai mondiali del 2002)