di Marco Borselli

Armati di sacchetti gonfi di sticker provenienti da tutto il mondo, Stelleconfuse e Ilo­vetu chiacchierano con tranquillità lungo il marciapiede del Franchi. Ogni tanto, con un gesto rapido e senza fermarsi, allungano il braccio e uno sticker finisce sulle can­cellate verdi dello stadio. Poi, nascosti dalle auto parcheggiate, i due artisti si concen­trano su una centralina elettrica. Accostano e posizionano gli sticker con attenzione, valutando l’effetto d’insieme. Alla fine la centralina è ricoperta da una decina di sti­cker uniti in una sorta di collage. Questo tipo di composizione, che unisce gli adesivi di artisti diversi, viene detta combo-sticker. Una volta finito, il combo è fotografato per essere pubblicato sui social network e gli artisti coinvolti avranno l’onore di esse­re taggati. “L’importanza di documentare i propri lavori […] è una conseguenza pro­prio dell’internazionalità della comunità della street art”, spiega Stelleconfuse. “Da un lato c’è la voglia di far vedere a tutti i propri contatti i nuovi lavori, dall’altro la rete viene vista come un megafono ancora maggiore per diffondere il proprio progetto”.
La fotografia è anche un espediente per tutelare un’arte che per sua natura è aperta – o forse sarebbe meglio dire scoperta – alla reazione del pubblico. In strada non ci sono cordoni rossi a fare da séparé. Stelleconfuse racconta di aver visto una volta un vecchietto che strappava uno dei suoi combo senza motivo. “Firenze è molto fredda All’ombra della cupola
verso la street art. Penso che la maggior parte dei fiorentini non faccia neanche caso alle opere che ci sono sui muri. I turisti invece apprezzano la street art che fotografa­no al pari dei monumenti più celebri della città”. Sembra un paradosso: la città d’arte per eccellenza ha un problema con l’arte. “Firenze è una città strana, vive sull’arte ma non si nutre di arte. Usa l’arte come risorsa per il turismo ma è frigida verso le novità come quelle che la street art può proporre. A Firenze, attualmente, fare arte in generale è come una missione”.
Intanto si fa sera e la prima tappa del mio tour si conclude davanti a una birra. Men­tre Ilovetu si prepara al viaggio di ritorno, Stelleconfuse mi dà appuntamento alla settimana successiva.
La seconda tappa del tour è il Ninotchka, un negozietto di via Pandolfini specializ­zato in street wear e materiale per graffitari. Le vetrine sono ricoperte da così tanti sticker che quasi non si vede l’interno. È qui che Stelleconfuse ha organizzato una mostra per Setdebelleza, un artista di origini uruguaiane arrivato direttamente dalla Spagna. Quando entro, Setdebelleza sta conversando con i gestori del negozio appol­laiato su uno sgabello. I colori sgargianti dei suoi lavori mi colpiscono dalla parete a destra dell’ingresso. All’altro capo della sala, Stelleconfuse rovista dentro due scatole da scarpe piene zeppe di sticker. Con calma, ne sceglie alcuni e comincia a posizio­narli al centro di un tavolino rettangolare.
Mentre osservo incuriosito Stelleconfuse che aggrega un nuovo combo, sticker dopo sticker, Setdebelleza si avvicina e iniziamo a chiacchierare. Scopro così che ha studia­to belle arti e lavora come grafico professionista a Segovia, vicino Madrid. Prima di dedicarsi alla street art lavorava con le gallerie d’arte, poi si è ‘ribellato’. “No me gusta el jet set de las galerías”, afferma perentorio, e mi spiega che il mercato dell’arte gestito dalle gallerie non è poi così gratificante per un artista. Da un lato chi compra i tuoi quadri spesso è più interessato alla tua fama che alla tua arte. Dall’altro, le gallerie ti impongono contratti che non garantiscono nessuna sicurezza economica. È per questo che Setdebelleza si è dato alla street art: “Porque es un arte libre”. Libera nell’e­spressione artistica e nella vendita: Setdebelleza ha costruito in casa un telaio vero e proprio con cui realizza serigrafie dei suoi lavori, che poi rivende online e alle mostre per poche decine di euro. Un mercato accessibile a tutti e allo stesso tempo redditizio.
Intanto Stelleconfuse ricopre il tavolo di sticker. Alcuni si rifanno alla grafica dei videogiochi arcade, altri sono caricature, e poi slogan, robot, perfino icone religiose. “La street art è libertà, l’unico limite è dettato dalle propria immaginazione. Ognuno può esprimersi come vuole, nei tempi e negli spazi che ritiene più opportuni”, dice Stelleconfuse facendo eco a Setdebelleza.
Quando ogni centimetro quadrato è stato ricoperto, il ‘combo-table’ è finalmente pronto ed è già ora di chiusura. Adesso una pizza e poi via, in giro per il centro ad attaccare sticker. Ci accompagnano anche altri due artisti, Jamesboy e Standard 574. Sticker pronti all’uso, arriviamo fino a Piazza Beccaria, poi torniamo verso Santa Croce per finire al mercato di Sant’Ambrogio. Credo che nessun cartello stradale si sia salvato. Un combo di Standard 574, preparato su un pannello di plexiglas, fini­sce su una porta secondaria del teatro Verdi, fissato con una buona dose di silicone. A fine serata, i saluti sono calorosi prima che ognuno riparta per mete più o meno lontane.
Dopo un paio di giorni il pannello con il combo di Standard 574 non c’è già più. Mi chiedo se sia stato staccato dal personale del Verdi o se qualcuno abbia deciso di portarselo a casa. In ogni caso, non è certo una bella fine per un’arte che dovrebbe essere pubblica per principio. Da un estremo di Piazza Santa Croce guardo la chiesa e ripenso a un’affermazione di Stelleconfuse: “Penso per assurdo che Firenze, una volta usciti dalle accademie o scuole d’arte, sia una delle peggiori città per fare l’artista”. Molti dei quadri ospitati nei musei di questa città sono sopravvissuti interi secoli, mentre quel pannello di plexiglas è andato perso in meno di una settimana. Non era abbastanza bello? O forse non possedeva i colori armonici della Venere di Botticelli? Non lo so, e forse non importa. Quello che importa, invece, è che a Firenze ci sono artisti che guardano al futuro e si impegnano per infrangere, seppur a fatica, la cam­pana di vetro che questa città sembra essersi costruita attorno. Il mio tour non finisce di certo qui.

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