La seconda parte dell’intervista ad Andrea Benelli l’uomo d’oro dello sport fiorentino (leggi la prima parte). D’oro come la medaglia nel tiro al piattello che ha conquistato alle Olimpiadi di Atene. Vittoria di cui quest’anno ricorre il decennale. 
Andrea è uno degli eroi misconosciuti del nostro sport. Eppure è uno degli atleti più titolati d’Italia. 
Tra qualche amarezza e bei ricordi abbiamo provato a farci raccontare qualcosa del suo mondo.

Hai vinto la medaglia di bronzo ad Atalanta a 36 anni. Un’età che per un atleta olimpico è un po’ avanzata…
Un’età normale per fare l’ultima Olimpiade è quarant’anni. Io ho vinto l’oro a quarantaquattro. In genere l’età giusta per un tiratore è fra i 32 e i 36 anni. Ma, per esempio, a Pechino ha vinto un ragazzo americano di 19 anni, che ha vinto anche a Londra a 23. Un fenomeno che nel2005 havinto la coppa del mondo a 16 anni. Certo è un militare e fa solo quello dalla mattina alla sera. E questo è un bel vantaggio rispetto ai nostri, che fanno fatica anche ad avere le cartucce gratis. Però lui è un campione…

Dopo Atlanta sentivi ancora voglia di andare ancora avanti oppure…
Sì, guarda c’è stata una svolta devo dire determinante. Atlanta l’ho fatta in un periodo in cui ero veramente uno dei più forti al mondo. Arrivai come favorito: avevo fatto il record del mondo, ero sempre a livelli altissimi. Lì ho fatto il terzo posto. Una buonissima gara però, e mi sentivo davvero in condizioni ottimali. Ho continuato e sono arrivato a Sidney. Sidney non l’ho affrontata nel migliore dei modi, perché sono partito con un mal di schiena terribile. Mi ricordo che prima dell’Olimpiade siamo andati una settimana a Brisbane ad allenarci e ho fatto una settimana di antidolorifici. Avevo una fascia tipo motociclista per sparare. Stavo male, ma sono arrivato quinto a un piattello dal bronzo. Probabilmente se lì avessi vinto un’altra medaglia, anche solo un bronzo, avrei smesso a quarant’anni. Invece il quinto posto e la delusione di aver fatto una grande gara − ricordo benissimo che mi dissi che volevo continuare − mi dettero la forza di continuare fino ad Atene.

Appunto, Atene: grazie a Internet quella corsa con il fucile in mano, in pantaloncini corti, è ormai entrata per sempre nella memoria di tutti. La rivedi ogni tanto oppure l’hai talmente scolpita nella memoria…
L’ho rivista pochissime volte. Forse una quindicina, perché le persone volevano rivederla insieme a me. Però è stato un gesto che ha colpito molto. Ancora tanta gente mi ricorda per quello − “Ma sei quello che ha fatto la corsa?” − e non per la medaglia. Fu un’esultanza particolare, strana. In genere mi limitavo ad alzare un braccio a fine gara. Fu una liberazione. Ma perché Atene era comunque l’ultima gara. Non ero il favorito. I miei erano lì a vedermi, mia figlia e mia moglie. C’era anche mio padre. Dicevo loro “Spero di non deludervi, sono a fine carriera”. Sapevo di valere l’oro e lo volevo, perché era la vittoria che mi mancava tantissimo.

Cosa si prova prima di sparare?
Terrore è la parola giusta. Hai paura di sbagliare. Passa un po’ quando ti appresti a chiamare il piattello. Ma mentre aspetti − e tra una serie e l’altra possono passare due ore − sai di non poter sbagliare. È dura, molto dura. Nessun paragone, per esempio, con il calcio.

Tornando a Firenze, hai qualche ricordo della Ruini, della Neutroroberts, della Florentia o anche, più recentemente, della Fiorentina Waterpolo femminile? Di quando Firenze stava bene, sportivamente parlando? Insomma di quando non era depressa come oggi?
Firenze è una città piccola. Allora i mezzi economici erano diversi. Adesso la città non attira grossi interessi. Molte società sono scomparse, altre sopravvivono o poco più. Nessuno investe più nei piccoli sport. Nel calcio ci sono i Della Valle, che inizialmente hanno usato la Fiorentina come veicolo pubblicitario. Adesso ne traggono anche un piacere personale. Meno male che ci sono loro! E poi a Firenze non ci sono impianti. Qui come nel resto d’Italia. Soffriamo la carenza cronica di strutture. Abbiamo uno stadio degli anni trenta. Bello, elegante, ma la gente deve ancora sperare che non piova…

A proposito di impianti, nel tiro come ve la passate?
Male, grazie. Soprattutto qui a Firenze e provincia, dove pure abbiamo una grande tradizione del tiro. Dobbiamo andare a Montecatini o ad Arezzo.

Scusa, ma a una medaglia d’oro come te non hanno costruito nemmeno un campetto? Almeno ti hanno convocato a Palazzo Vecchio…
Certo, mi hanno convocato. Mi hanno fatto anche fare la sfilata con la medaglia prima di una partita della Fiorentina, ma queste cose fanno molto bene a chi le organizza. Nella provincia di Firenze c’erano, fino a 15 anni fa, 20 società di tiro. Purtroppo per questo tipo di impianti ci sono anche problemi per lo smaltimento del piombo e dei piattelli, e le amministrazioni da questo orecchio ci sentono poco. Solo a Desenzano, sul Garda, hanno fatto un bell’impianto dove, a200 metridalla zona di sparo, sono stati innalzati dei grossi teloni contro cui i pallini rimbalzano e cadono a terra. Vengono poi raccolti insieme ai piattelli rotti. Capisci che ci vogliono amministrazioni che  prendano a cuore la cosa… Non è facile, anche perché le risorse finanziarie sono poche. Se in Italia non ci fossero le organizzazioni militari, lo sport sarebbe finito. Agli atleti militari viene assicurato uno stipendio e la possibilità di fare attività sportiva.

Uno sport quasi di Stato… ma i giovani continuano ad avvicinarsi al tiro.
Jessica Rossi ha vinto l’oro a Londra a vent’anni. Il tiro ha circa 25.000 tesserati. Non tanti se pensi ai risultati che vengono raggiunti. In paesi come il Qatar, Kuwait o Emirati Arabi hanno 100 tesserati e 100 professionisti. Noi abbiamo sì e no tre professionisti. Loro hanno risorse, impianti, ogni tanto vengono in Italia e rimangono per un mese, acquistano i fucili, i pallini, stanno nei migliori alberghi. Noi abbiamo difficoltà per andare a Tucson negli Stati Uniti a fare la Coppa del Mondo. Facciamo trasferte in pullman e in auto. E comunque la nostra federazione ha un buon budget, anche se il Coni ha tagliato le risorse. Però lo sport italiano riesce sempre a fare buona figura. Nonostante tutto qualche medaglia riusciamo sempre a prenderla, anche con investimenti vicini allo zero.

Certamente sai che a Firenze è prevista la costruzione di un nuovo stadio. Hai qualche idea su come utilizzare il Franchi in futuro, a parte farne un bel campo di tiro…
… che però non si può fare perché siamo in un centro abitato. Comunque, la destinazione del Campo di Marte non può cambiare: verde e strutture sportive. La zona è bella. Non credo si possa fare altro.

Un polo sportivo per raccogliere e concentrare le forze rimaste?
Nella zona ci sono già piscina, palazzetto, campo di rugby, campi da tennis. Si può migliorare ancora. Ma ho paura che sarà difficile fare qualcosa di importante.

Sei pessimista?
Molto. Quindici, venti anni fa le cose in questo paese andavano meglio di adesso, ma pochissimo è stato fatto. E adesso siamo in un deserto senza petrolio. Sono pessimista. Anche se spero nella nostra capacità di arrangiarci.

Vero è che molte vittorie sembrano legate a capacità personali più che a un gioco di squadra, a un’organizzazione…
In questo paese molte cose sono legate alle legate alle individualità. C’è poca programmazione. La mia federazione lavora abbastanza bene, fa miracoli. Dal 1956, anno delle prime Olimpiadi del tiro, a Londra, soltanto a Seoul siamo rimasti senza medaglie.

Adesso sei il ct della nazionale italiana di tiro. Ma prima hai fatto lo stesso ma per Cipro. Perché proprio Cipro?
Cipro è un piccolissimo paese con pochissima tradizione sportiva. Ma ha una buona tradizione nel tiro. Ha un atleta che ha fatto dodicesimo a Londra, ma che ha vinto tanto nel quadriennio. È stato il primo paese a qualificare atleti per le Olimpiadi di Londra. Sono andato lì per dare una mano. In Italia a fare il ct sarei dovuto andare già nel 2008, ma per fortuna Chiara Cainero vinse l’oro. Sono arrivato quattro anni dopo. Adesso c’è il mondiale a Granada e poi le qualificazioni olimpiche. Spero di riuscire ad avere gli stessi risultati che ho ottenuto da atleta.

Cosa metti sul piatto, anzi sul piattello?
La mia esperienza, le cose negative e quelle positive. Insomma, provo a indicare la strada migliore per provare a evitare gli errori.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.